Musica liquida: il download e lo streaming risollevano le sorti delle case discografiche. Anche in Italia

Musica liquida

È un incoraggiante +31% quello che segna nel 2012 il mercato della musica digitale in Italia. Il dato è della FIMI, l’associazione dei discografici, che è andata a misurare il fatturato generato dal download (legale) e dai servizi di streaming.

Fino a poco tempo fa ci sentivamo come Cenerentola, gli ultimi ad avere la disponibilità d’accesso a servizi come Spotify, ma dalla metà di febbraio le cose sono cambiate anche in Italia.

Ma quello di Spotify è solo l’ultimo episodio di una favola che, per il momento, promette davvero un lieto fine. E drastici cambiamenti di costume con cui il mondo dell’hi-fi, quello che ci interesa e ci appassiona, non può non fare i conti.

Cominciamo dai numeri. 36 milioni di euro è il giro d’affari prodotto in Italia nel 2012 dai download di musica digitale e dai servizi di streaming. Una cifra importante, non c’è che dire, specie in epoca di crisi economica.

Quello che più è interessante non è solo il fatto che anche noi italiani, tradizionalmente “allergici” a usare la carta di credito in generale, su Internet in particolare, oltre che restii a pagare per dei contenuti, specie se intangibili come quelli digitali, non “fisici” per loro intrinseca natura, anche noi abitanti del Belpaese – dicevano – ci stiamo abituando non solo a pagare per il download di musica liquida, ma addirittura sempre di più per goderne del solo streaming.

Seguendo quanto sta accadendo in Nord Europa e negli States, infatti, stanno prendendo piede anche da noi servizi di streaming musicale online e di cloud specifici per i file musicali. In pratica, si paga una quota mensile per ascoltare da Internet tutto quello che vogliamo, da qualsiasi dispositivo (computer, media server, media player, smartphone, tablet, smart tv e chi più ne ha più ne metta). Non solo. Con i servizi di streaming possiamo costruirci una vero e proprio palinsesto personale, canzone per canzone, costruendoci una playlist, oppure lasciare che sia il sistema ad organizzarlo a partire dai nostri gusti. E quindi magari lasciandoci scoprire succulente novità o ricercatezze.

Con i servizi di cloud, invece, non abbiamo più bisogno di tonnellate di hard disk perché abbiamo a disposizione uno spazio raggiungibile da qualsiasi dispositivo connesso alla Rete. Possiamo quindi trattare la cloud come fosse un NAS all’interno delle mura domestiche, o come un hard disk virtuale sempre disponibile, anche in mobilità.

E quindi da qui a breve avranno davvero poco senso le pareti intere di CD e/o LP che ingombrano le case di molti di noi.

Ma quanto costa tutto questo? Parlavamo di Spotify (ma gli altri servizi hanno costi allineati) gratis per ascolti a bassa qualità, con interruzioni pubblicitarie e massimo 10 ore al mese; 4,99 euro al mese senza pubblicità e senza limiti di tempo; 9,99 euro al mese per avere un’alta qualità di riproduzione (comunque non dichiarata), senza limiti, senza pubblicità e con la possibilità di scaricare sull’app dedicata fino a 9.999 brani.

I principali concorrenti della società svedese? Sono quasi tutti più “vecchi” e fra gli altri citiamo Playme (l’unico made in Italy), Deezer, Google Play Music, iTunes Match e Amazon Mp3.

Spotify ha aperto in Italia il 12 febbraio, in concomitanza col festival di Sanremo: in una settimana ha macinato 11 milioni di brani, 11 milioni di canzoni che sono state ascoltate in streaming! Chi ha detto che non siamo pronti a una simile rivoluzione? Ma il mondo dell’hi-fi lo è? O vuole perdere anche questo treno?

(Dati rielaborati dagli originali pubblicati su i-dome.com)
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