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* Test * Prova: Entreq Pluton e Eartha Olympus, la messa a terra come filosofia sonora

Recensione della ground box Entreq Pluton (Pluto) e dei cavi di messa a terra Eartha Olympus: come il drenaggio dedicato migliora l'ambiente elettrico e le prestazioni sonore di un impianto hi-fi di alta gamma.

Entreq Pluto
Entreq Pluto. Click sulla foto per ingrandire.

Entreq significa Energy Transforming Equipment: apparecchi progettati per trasformare l’energia indesiderata in qualcosa di inoffensivo. Invece di limitarsi a tappare il buco con i soliti accorgimenti messi in serie alla rete o al segnale, adottano tipologie di intervento differenti, cercando di vedere il sistema sonoro nel suo insieme, come se fosse una creatura composta da un gran numero di parti.

Campi magnetici, residui elettrici, micro correnti vaganti, rumori di fondo invisibili e interazioni tra telai, masse e ambiente: un insieme che definisce il sistema sonoro di riproduzione. Entreq si concentra su aspetti che spesso sottovalutiamo perché non immediatamente tangibili, ma che possono velare le prestazioni in modo più o meno evidente.

Intervengono in quello strato precedente al suono che decide quanta parte del potenziale reale di un sistema viene liberata, o rimane offuscata e compressa. Ed è anche per questo che i loro oggetti, costruiti a mano in Svezia, sembrano volutamente così diversi da ciò a cui siamo abituati. Legno, cotone cerato, metalli e materiali preziosi, con la quasi totale assenza di plastiche: una scelta consapevole verso un approccio naturale e non da catena di montaggio.

In questo primo articolo viene introdotta e testata sul campo la loro proposta più rappresentativa, ovvero la grounding box — o scatola di messa a terra — Pluto/Pluton.

Perché ricorrere a una grounding box

La terra di casa non basta

Il primo pensiero onesto, deducibile e semplice è che nelle nostre case esiste già una messa a terra. Questo è vero, ma non è sufficiente per la maggior parte dei sistemi di riproduzione domestica.

Bisogna capire cosa accade realmente, poiché i molti scettici saranno sorpresi nell’apprendere che esistono altre modalità di intervento per migliorare l’environment elettrico in cui un sistema si esprime. Una di queste è il drenaggio verso massa dedicata.

Premessa fondamentale: una ground box Entreq non è la terra di casa e non sostituisce il collegamento di protezione dell’impianto elettrico. Lo scrivono chiaramente anche loro: nessuna ground box può rimpiazzare la messa a terra di sicurezza.

Il rumore che non si sente

Nella realtà delle nostre abitazioni, anche quando tutto sembra apparentemente corretto, sul piano funzionale esistono sempre:

  • rumori ad alta frequenza (EMI/RFI) condotti e irradiati;
  • tensioni spurie e correnti vaganti che cercano percorsi di ritorno;
  • differenze di potenziale tra telai e masse;
  • accoppiamenti capacitivi tra trasformatori, alimentazioni switching, cavi non schermati;
  • interferenze generate da dispositivi digitali.

Una quantità enorme di sporcizia che non è il segnale musicale, ma ci si appoggia sopra come un velo più o meno stratificato.

Queste problematiche non vengono percepite come un fruscio o un rumore evidente. Sono molto più subdole: intaccano il mascheramento dei segnali deboli, riducono il contrasto dello sfondo, ammorbidiscono i contorni, comprimono la microdinamica, accorciano le code armoniche. In sostanza, si riduce la leggibilità e la sensazione di facilità con cui il sistema ricostruisce l’evento sonoro.

Come funziona una grounding box

Entreq Pluton
Click sulla foto per ingrandire.

Una grounding box viene pensata e progettata per presentarsi come una destinazione più attraente a bassa impedenza per l’energia indesiderata — disturbi ad alta frequenza e piccole correnti vaganti che circolano tra chassis e masse — offrendo al sistema un punto dove scaricare in modo più efficiente, senza inserire nulla in serie al segnale.

L’utilizzo di questi dispositivi passivi è sempre preferibile, ma la loro efficacia dipende dal sistema in gioco e dai disturbi presenti nei luoghi della riproduzione: luoghi che non possono confinarsi alla mera stanza di ascolto, ma devono includere anche le utenze più rumorose nelle immediate vicinanze.

È un acceleratore di prestazione quando l’impianto è già capace, e soprattutto quando la componente digitale e le alimentazioni (di rete, switching, Ethernet, server, clock…) sono importanti nell’ecosistema audio in oggetto. Nei contesti giusti la risposta sulla sua efficacia arriva subito, in senso estremamente positivo.

La ground box Pluto (Pluton)

Una nota sul nome

Un dettaglio curioso riguarda la denominazione dell’unità in prova: sulla nostra unità è inciso Pluto, mentre sul sito ufficiale Entreq la trovi indicata come Pluton. Abbiamo chiesto conferma direttamente ad Entreq, che ci ha rassicurato: si tratta dello stesso identico prodotto. Cambia solo la forma del nome — più “nazionale” o più anglosassone — ma l’oggetto è esattamente il medesimo.

Architettura e gamma di prodotto

Per capire davvero cosa sia la Pluto, conviene partire dal concetto più semplice: le unità singole, ovvero le celle base del sistema Olympus.

Olympus 10 T — ground box compatta per componenti leggeri. Entreq dichiara una working mass di 2 kg e un utilizzo ideale su apparecchi fino a circa 10 kg, con una miscela interna che include ceramica e tungsteno.

Olympus Infinity T — la single cell più prestazionale della gamma. La massa drenante effettiva sale fino a 40 kg ed è pensata per apparecchiature importanti. Dotata di due morsetti in argento massiccio per collegare due apparecchiature. Può spingersi fino alla messa a terra dei terminali negativi degli amplificatori, ma in questo caso ne servono necessariamente due — uno per canale — ed è obbligatorio non derogare.

Pluto — declina tre Olympus Infinity T in un unico box, offrendo sei binding post in argento massiccio, organizzati in tre coppie o zone indipendenti. Pensata per impianti complessi, gestisce fino a sei elettroniche con un carico complessivo fino a 126 kg.

Olympus TenTen — vero sistema multi uso che contiene dieci Olympus Ten T. Tramite T-Link (inclusi) è possibile accoppiarle fino a trasformarla in un’unica cella capace di gestire un singolo componente da 100 kg. Integra anche un Cleanus in un box smorzato, collegabile alla presa a muro.

Cleanus è un dispositivo di power management completamente passivo, descritto più correttamente come un separatore di alte frequenze. Si collega alla rete elettrica e riduce interferenze ad alta frequenza presenti sulla linea, senza comprimere la dinamica.

Olympus Hero — il vertice della famiglia. Costruzione Athena, con cinque Olympus Infinity T più un Cleanus nello stesso corpo. Particolarmente adatta ad applicazioni high-current, inclusi collegamenti ai terminal negativi di amplificatori di potenza e cavi di rete.

Tre celle, tre zone indipendenti

Tornando a Pluto: posteriormente si trovano sei morsetti (binding post) in argento, organizzati in tre coppie verticali. Questa struttura corrisponde a tre celle separate — tre punti di drenaggio indipendenti — che corrispondono ai tre Olympus Infinity T al suo interno.

In questo modo è possibile separare gli interventi dividendo, ad esempio, il digitale dall’analogico, o le alimentazioni dai finali di potenza, proprio perché queste componenti generano e reagiscono ai disturbi in modo diverso. Avere tre zone distinte permette di distribuire i collegamenti con criterio, mantenendo ordine e separazione invece di convogliare tutto nello stesso punto.

La modalità power split

Entreq segnala una modalità d’uso evoluta, spesso chiamata power split: quando si lavora con amplificazioni importanti, si può separare il grounding dei due canali portando ciascuno su una cella dedicata. Nella pratica, ciò si realizza collegando i terminali negativi dei diffusori sull’amplificatore (uno per canale), lasciando poi la terza cella centrale libera per sorgente o preamplificazione.

Attenzione: in questa modalità il canale sinistro e quello destro devono andare su due celle diverse. Non bisogna mai collegare L negativo e R negativo allo stesso morsetto o alla stessa cella, perché in quel modo li si mette di fatto in comune, alterando il comportamento dell’amplificatore e rischiando, in remota ipotesi, di danneggiare il finale.

Ed è esattamente questa la configurazione adottata in questa prova, sacrificando due intere Olympus Infinity T per il solo drenaggio dei due canali dell’amplificatore valvolare Dissanayake Audio.

I cavi di messa a terra: Eartha Olympus

Una grounding box richiede un collegamento fisico tramite cavi di messa a terra, che possono essere di svariate geometrie e materiali, dal più esotico al semplice rame monofilare.

Per questa prova sono stati selezionati gli Eartha Olympus, la proposta top di gamma Entreq. Dal punto di vista costruttivo non ci sono compromessi: Entreq stessa li definisce un progetto estremo. Hanno una struttura a 2 conduttori da 15 AWG, ottenuti intrecciando filamenti di argento puro di 4 diversi calibri, sottoposti al processo Infinity ad alta pressione.

L’obiettivo è mantenere una sinergia con le grounding box Olympus, abbassare il noise floor e far emergere più informazione, senza cambiare il tono dell’impianto.

Terminazioni e trattamento Infinity

Come da filosofia Entreq, un’estremità è terminata con il classico hook in argento da collegare direttamente alla ground box, mentre l’altra estremità può essere configurata in base al punto di connessione (RCA, XLR, USB, RJ45 ecc.).

Il trattamento Infinity consiste nel porre i conduttori sotto alta pressione durante la lavorazione. Entreq lo indica come un passaggio cruciale per ottenere le prestazioni desiderate e lo descrive come un processo meccanico proprietario, concepito come parte integrante della filosofia Olympus, pensato per lavorare in sinergia con le relative grounding box.

Gli ascolti

Setup e configurazione

Una premessa doverosa: idealmente avrei voluto dedicare la cella centrale Olympus Infinity T a due Eartha Olympus collegati sui rispettivi DAC mono Totaldac usati come sorgente digitale di riferimento. Sfortunatamente, per ora sono arrivati solo tre Eartha Olympus in totale. Questo non ha permesso di attuare quella configurazione mantenendo comunque collegate le due celle esterne per il drenaggio dei terminali negativi dei diffusori lato amplificatore (uno per canale).

Di conseguenza, il terzo Eartha Olympus è stato usato a rotazione: prima su uno dei due reclocker in cascata che servono i due DAC mono, poi spostato sul Music Server LDMS MiniMax, e infine sul preamplificatore Atelier du Triode. Il test più completo arriverà con un quarto Eartha Olympus in arrivo, che permetterà finalmente due collegamenti stabili ai negativi del finale e, contemporaneamente, la messa a terra completa della sorgente digitale sulla cella centrale.

Terje IsungsetWinter Songs (Qobuz 44,1 kHz/24 bit)

Traccia: A Glimpse of Light. Intorno al diciottesimo secondo, ci aspettiamo l’impatto di una grande percussione di ghiaccio che muove una massa d’aria e colpisce senza soluzione di continuità.

Con l’ausilio del drenaggio Entreq il colpo acquisisce più sostanza e, soprattutto, un vibrato più evidente attorno al transiente. Il tono cambia leggermente, non come colorazione arbitraria, ma come maggiore vicinanza del gesto sul materiale. Non che prima non fosse credibile, ma ora emergono più informazioni e diventa più facile “vedere” la scena.

L’impatto resta profondo, ma il decadimento si distende, il riverbero morbido del ghiaccio circonda l’evento in modo più leggibile, e il vibrato si protrae più a lungo disegnando un ambiente di dimensioni più grandi. La differenza non è gigantesca, però è una somma di segnali coerenti che sposta tutto su un livello più alto.

Nota pratica: nel mio caso la configurazione ha avuto bisogno di alcuni giorni di assestamento per stabilizzarsi. È fondamentale poi togliere la box per tornare alla condizione precedente e sentire che c’è qualcosa che ostacola, qualcosa che manca. Il suono si assottiglia, la scena si stringe, i dettagli fini perdono consistenza.

Tracy ChapmanTracy Chapman (Qobuz 44,1 kHz/16 bit)

Versione del 1988, registrata ai Powertrax Studios e prodotta da David Kershenbaum. Un album non esasperato, ben registrato, dove la voce è centrale e l’intera composizione ruota attorno ad essa.

In questo caso l’uso della grounding box è più di rifinitura. Si apprezza un contorno più scolpito, mentre lo sfondo appare più stabile e la sensazione generale è quella di un quadro più pulito. Non che prima ci fosse un problema evidente, ma tornando indietro ci si accorge subito che è rientrato qualcosa che non si vorrebbe più sentire: un maggiore rumore di fondo, una leggera opacità, una piccola resistenza che rende tutto appena più macchinoso e meno spontaneo.

È proprio questa percezione — sottile ma chiarissima — a spingere istintivamente verso la configurazione con la grounding box collegata.

Suzanne VegaAn Evening of New York Songs and Stories (Qobuz 96 kHz/24 bit)

Registrato fra il 12 e il 14 marzo 2019 al Café Carlyle nell’Upper East Side, pubblicato l’11 settembre 2020. Un’edizione streaming di grande raffinatezza e dal grandissimo potenziale.

La voce in primo piano è estremamente reale e scontornata, si presenta con estrema naturalezza definendo meglio uno spazio tra le innumerevoli informazioni che caratterizzano il piccolo club newyorkese. Il brano è nella memoria in ogni sua sfumatura, ma ora affiorano parti che prima non c’erano o a cui non si prestava attenzione.

Si innesca un gioco di attenzione a cogliere i particolari, le novità di un ascolto apparentemente del tutto nuovo: si riscopre la musica che si credeva di conoscere a fondo.

Brahms — Piano Quartets Nos. 2 & 3 (Qobuz 24 bit/96 kHz)

Progetto pensato e diretto dal pianista Krystian Zimerman, che sceglie i meno ovvi Quartetti n. 2 e n. 3, ricamando un dialogo con i restanti archi in modo delicato e leggero, senza che il peso del pianoforte faccia da padrone.

Musica da camera, quattro strumenti acustici in presa diretta e un equilibrio così tenue che basta poco per farlo crollare. Un impianto inadeguato soffocherà le code vibranti degli archi spostando l’equilibrio tonale su una dimensione più ordinaria.

Nel nostro caso, Pluto si incastona come un facilitatore di quelle componenti di contorno: la separazione naturale tra fondamentali e decadimenti, la continuità con cui l’ambiente sostiene gli archi senza sovrapporsi, è su un livello del tutto superiore al nostro riferimento. Il Violoncello — così particolare se ben riprodotto, capace di ricordare la voce umana per naturalezza e calore — è restituito così pieno, vibrante e autentico da sembrare quasi che parli all’orecchio. Un suono fatto di presenza e peso, ma anche di aria e delicatezza, restituito con una naturalezza da riferimento.

Una prestazione che resta addosso a lungo. Tutto appare più vivo, più ricco di quelle componenti sottili che forse non si stava nemmeno cercando, ma che, una volta emerse, non si riesce più a ignorare.

Le modalità espressive e considerazioni finali

Come ho condotto la prova

entreq pluto recensione prova test
Click sulla foto per ingrandire.

Questa prova con Entreq Pluto è stata impostata in modo molto pratico, quasi automatico: sequenzialmente, adoperando i tre Eartha Olympus per capire dove fosse più significativo usarli. Ho anche provato altri cavi di messa a terra di altri brand, ma il risultato non era paragonabile agli Eartha Olympus. La differenza era troppo grande; per cui sono mestamente tornato sulla via del cotone e dell’argento, usando con parsimonia questi tre cavi e desiderandone un quarto, in arrivo.

Come già descritto, due Eartha Olympus sono stati usati stabilmente ai terminali negativi dei diffusori lato amplificatore nella modalità power split. Il terzo Eartha, collegato alla cella centrale, è stato usato a rotazione: prima su uno dei due reclocker digitali di Totaldac, poi sul Music Server LDMS MiniMax, infine sul preamplificatore Atelier du Triode. Ho lasciato assestare il tutto per alcuni giorni. I cambiamenti non sono stati istantanei, ma si sono stabilizzati e affinati col tempo. Il miglioramento si percepisce già da subito, però la sensazione è che nei primi giorni sia ancora in divenire.

Dove l’effetto è più evidente

Con questa impostazione, la tendenza è stata chiara: sulla catena digitale (reclocker e Music Server) Pluto ha portato il contributo più evidente. Il risultato si traduce in uno sfondo più stabile e pulito, micro informazioni più leggibili, contorni meglio definiti e una scena più facile da ricostruire, con decadimenti e riverberi più continui e naturali.

Non è un effetto eclatante, ma una somma di piccoli segnali coerenti che, una volta messi a fuoco, diventano chiarissimi soprattutto se si scollega il box. Non vuoi assolutamente tornare indietro per nessun motivo.

Quando ho spostato l’ultimo Eartha Olympus sul preamplificatore dell’azienda italiana, l’effetto sul mio impianto è stato più sottile: uno sfondo appena più contrastato, una scena leggermente più alta e meglio dimensionata, ma meno decisiva rispetto a quanto ottenuto sul digitale. Pensandoci bene, è del tutto coerente con la configurazione adottata: dopo tutto, il drenaggio dei finali di potenza era già attivo. Il preamplificatore è un prolungamento e completamento di quella parte.

La vera forza del sistema Entreq

A prima vista Pluto non cambia la prestazione dell’impianto in modo drammatico, almeno all’inizio — attenzione quindi ai giudizi affrettati. Successivamente il suo intervento complessivo si stabilizza su un livello così alto che solo quando la si toglie si capisce davvero che non è possibile farne a meno. Semplicemente, il suono precedente non lo si accetta più, lo si rifugge istintivamente.

È proprio uno di quei casi in cui la forma segue la sostanza. Il materiale, insieme al pensiero che lo ha scelto, finisce per tradursi in prestazione sonora diventando una parte insostituibile del tutto.

Sono convinto che questa sia la vera forza del sistema Entreq.

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