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SUT, lo Step-Up spiegato bene: guadagno, impedenza e accoppiamento con le testine MC

Cos'è davvero un SUT e perché non è solo un amplificatore di guadagno: impedenza riflessa, carico consigliato e accoppiamento ottimale con le testine MC.

SUT lo Step Up spiegato bene guadagno impedenza e accoppiamento con le testine MCChiunque sia passato da una testina a magnete mobile a una a bobina mobile si è trovato davanti a un piccolo enigma: come si può interfacciare correttamente un preamplificatore phono con ingresso MM pensato per tensioni di qualche millivolt, con una testina MC che ne produce appena un decimo? La risposta più antica, più semplice e per molti ancora la più elegante è un trasformatore Step-Up, universalmente noto con la sigla SUT (Step-Up Transformer, letteralmente “trasformatore elevatore”).

Nel mondo dell’Hi-Fi analogico la massima fedeltà sonora si gioca soprattutto nei primi “centimetri” del percorso del segnale, là dove la tensione è ancora minuscola e ogni intervento – attivo o passivo che sia – lascia un’impronta.

Per questo motivo il SUT, per molti audiofili puristi, resta la soluzione d’elezione per interfacciare le testine a bobina mobile (MC – Moving Coil) con i preamplificatori phono standard, progettati per le testine a magnete mobile (MM – Moving Magnet).

Vale la pena ricordare, peraltro, che questo componente non è nato per l’Hi-Fi domestico: i trasformatori a step-up derivano direttamente dalla tecnica microfonica e telefonica della prima metà del Novecento, quando si dovevano far convivere segnali debolissimi con apparati a impedenza elevata senza ricorrere a stadi attivi.

Sono poi diventati un componente audiofilo a tutti gli effetti a partire dalla fine degli anni Sessanta, quando Ortofon e altri costruttori introdussero le prime testine MC a bassissima uscita: serviva uno strumento capace di recuperare quei segnali minuscoli senza aggiungere rumore proprio, e il trasformatore passivo si rivelò la risposta più naturale.

Che cos’è, in pratica, uno Step-Up?

Il trasformatore Step-Up è un dispositivo passivo che sfrutta il principio dell’induzione elettromagnetica, lo stesso che fa funzionare ogni trasformatore di alimentazione, solo su scala infinitamente più piccola e con tolleranze infinitamente più stringenti. Il suo compito è innalzare la tensione di uscita estremamente bassa prodotta dalle testine MC – solitamente compresa tra 0,1 mV e 0,5 mV – portandola a un livello compatibile con l’ingresso MM di un preamplificatore phono, che richiede tipicamente dai 2 mV ai 5 mV.

Detto così può sembrare un semplice problema di guadagno, ma la cosa interessante – e che distingue davvero un buon SUT da uno scadente – è che il trasformatore non si limita ad amplificare: ridisegna anche il modo in cui la testina “vede” elettricamente tutto ciò che le sta a valle.

È proprio in questo secondo aspetto, spesso sottovalutato, che si nasconde gran parte della sua magia.

A cosa serve, davvero

Il SUT assolve due compiti che vale la pena distinguere con chiarezza, perché vengono spesso confusi tra loro. Il primo è puramente quantitativo: fornisce il guadagno in tensione necessario perché il rumore di fondo del preamplificatore a valle non diventi udibile rispetto al segnale utile. Senza questo guadagno, alzare il volume per compensare significherebbe alzare anche il rumore, con un rapporto segnale/rumore che resterebbe comunque insoddisfacente.

Il secondo compito è qualitativo, e riguarda il comportamento meccanico-elettrico della testina stessa: il trasformatore permette alla testina di “vedere” un carico elettrico ottimale, in grado di smorzare correttamente le risonanze meccaniche del sistema stilo-cantilever e di mantenere una risposta in frequenza lineare fino alle alte frequenze.

È un punto su cui torneremo, perché è spesso la causa reale di un SUT che “suona male” anche quando il guadagno, sulla carta, è quello giusto.

Da cosa è composto

Nella sua essenza, un SUT è fatto di due bobine avvolte attorno a un nucleo ferromagnetico comune: il rapporto tra il numero di spire della bobina in ingresso (primario, collegato alla testina) e quella in uscita (secondario, collegato al preamplificatore) determina il guadagno in tensione.

Sulla carta è un componente semplicissimo; nella realtà costruttiva, ottenere prestazioni eccellenti su un segnale di frazioni di millivolt richiede una precisione certosina.

Un SUT di alta qualità si distingue per la cura messa in tre aspetti costruttivi:

  • Nucleo (core): solitamente realizzato in materiali ferromagnetici ad alta permeabilità, come il Mu-metal o il Permalloy, scelti per mantenere la linearità magnetica e minimizzare la distorsione anche con segnali debolissimi.
  • Avvolgimenti (windings): realizzati in rame purissimo, spesso di tipo OCC (Ohno Continuous Casting è un rame purissimo (99,99%) con struttura a cristallo singolo) o, nelle realizzazioni ancora più ricercate, in argento, avvolto attorno al nucleo con tecniche che mirano a contenere l’induttanza di dispersione e le capacità parassite tra gli strati di filo. Sono questi due fenomeni, spesso ignorati da chi guarda solo al rapporto di trasformazione, a determinare se la risposta resti lineare fino alle alte frequenze o presenti un picco di risonanza (il cosiddetto “ringing”) proprio là dove l’orecchio è più sensibile.
  • Schermatura: fondamentale per proteggere un segnale così debole dalle interferenze elettromagnetiche (EMI) e radiofrequenze (RFI), è spesso realizzata tramite contenitori in metallo schermante, ferro o mu-metal, che racchiudono il nucleo e gli avvolgimenti come una piccola gabbia di Faraday.

Le diverse famiglie di Step-Up

Sul mercato, e soprattutto nell’autocostruzione, i SUT si presentano in configurazioni piuttosto diverse tra loro, pensate per esigenze d’uso differenti:

  1. SUT a rapporto fisso: è la configurazione più comune e, per molti puristi, anche la più raccomandabile dal punto di vista del percorso del segnale, perché non introduce ulteriori contatti, commutatori o prese intermedie sugli avvolgimenti. Il prezzo da pagare è ovviamente la rigidità: un solo guadagno, una sola testina ideale.
  2. SUT a rapporto variabile: dotati di selettori che permettono di passare tra più rapporti di trasformazione (per esempio 1:10, 1:20, 1:30), sono la scelta più pratica per chi possiede più testine MC con uscite e impedenze diverse, a costo di qualche compromesso nella “purezza” del circuito.
  3. SUT con carico resistivo regolabile: alcuni modelli più sofisticati integrano anche uno stadio resistivo, in parallelo sul primario o sul secondario, pensato per ottimizzare ulteriormente il carico elettrico visto dalla testina senza dover intervenire con resistori esterni o componenti aggiuntivi nel cablaggio.

Il vero cuore del problema: la trasformazione dell’impedenza

Qui arriviamo al punto che separa chi sceglie un SUT “a orecchio” da chi lo sceglie con cognizione di causa. Il trasformatore, infatti, non si limita ad alzare la tensione: agisce anche come uno “specchio” elettrico, e lo fa secondo una legge che non è lineare ma quadratica.

Se il preamplificatore MM a valle presenta un’impedenza di carico di 47.000 Ohm – il valore standard quasi universale per gli ingressi MM – la testina MC collegata al primario del SUT non vedrà affatto quel numero, ma una frazione molto più piccola, ridotta proprio del quadrato del rapporto di trasformazione.

La formula che governa questo fenomeno è:

Z (vista dalla testina) = Z (carico pre) / n2

Legenda:

  • Z carico pre: è l’impedenza del preamplificatore (tipicamente 47 kΩ).
  • n: è il rapporto di trasformazione del SUT (es. 1:10, 1:20).

Perché questo conta così tanto per una testina MC

Ogni testina MC ha un’impedenza interna specifica, spesso compresa tra 2 e 40 Ohm, e il costruttore indica quasi sempre, in scheda tecnica, un “carico consigliato” che non va confuso con l’impedenza interna stessa: è un valore pensato per ottimizzare la risposta in frequenza, non per massimizzare il trasferimento di potenza.

Discostarsi troppo da quel valore, in entrambe le direzioni, produce conseguenze udibili e ben riconoscibili.

  • Se il carico applicato è troppo basso rispetto a quello consigliato: il suono tende a risultare compresso, privo di dinamica, con una gamma alta percepita come “chiusa” o ovattata, perché la testina viene eccessivamente frenata elettricamente.
  • Se il carico applicato è troppo alto rispetto a quello consigliato: la testina non viene frenata a sufficienza e questo lascia spazio a risonanze fastidiose, con un suono che diventa aggressivo, stridulo o francamente distorto sulle alte frequenze.

Il SUT, allora, non è soltanto un amplificatore passivo: è lo strumento che permette di “centrare” con precisione il carico ideale per quella specifica testina, senza dover ricorrere a circuiti attivi che introducono spesso una loro distorsione di fase o un loro rumore di fondo residuo.

Un esempio pratico, numeri alla mano

Supponiamo di usare un SUT con rapporto 1:20, una scelta piuttosto diffusa per testine a bassissima uscita:

  • Il guadagno in tensione sarà di 20 volte, corrispondenti a circa 26 dB.
  • L’impedenza vista dalla testina sarà ridotta di 202, ovvero di 400 volte.

47.000 / 400 = 117,5 Ω

Se la testina MC richiede un carico di circa 100–120 Ohm – un valore tutt’altro che raro tra le MC a bassa uscita – quel SUT 1:20 è tecnicamente perfetto: la testina lavorerà esattamente nelle condizioni per cui è stata progettata, con la massima linearità possibile nella risposta in frequenza. Cambiando rapporto, naturalmente, cambia anche il carico riflesso: un 1:10 porterebbe l’impedenza vista dalla testina a 470 Ohm, un 1:32 la farebbe scendere a poco più di 45 Ohm. Per questo motivo, nella scelta di un SUT, il guadagno e il carico riflesso non sono due parametri indipendenti che si possono valutare separatamente: sono due facce della stessa medaglia, fissate entrambe dallo stesso rapporto di trasformazione.

Un aspetto che pochi considerano: cavi, capacità e risonanze in alta frequenza

C’è un dettaglio che nella letteratura divulgativa viene spesso citato di passaggio, ma che merita un approfondimento, perché è una delle ragioni più frequenti per cui due SUT identici sulla carta, montati nello stesso impianto, possono suonare in modo sorprendentemente diverso: la capacità dei cavi di interconnessione e dell’ingresso del preamplificatore, esattamente come l’impedenza resistiva, viene moltiplicata dal quadrato del rapporto di trasformazione prima di arrivare alla testina.

Con una testina MC collegata direttamente a un preamplificatore (senza SUT), la capacità del cavo conta pochissimo: l’induttanza interna di una MC è talmente bassa che la frequenza di risonanza elettrica del sistema cade ben oltre il milione di Hertz, ampiamente fuori dalla banda udibile. Ma quando si interpone un trasformatore, lo scenario cambia radicalmente. Una capacità di carico di appena 100 pF, riflessa attraverso un SUT 1:10, diventa 10 nF vista dalla testina; con un 1:20 la stessa capacità di 500 pF (somma tipica di cavo e ingresso del preamplificatore) si trasforma in 200 nF, mentre il carico di 47 kΩ si riduce contemporaneamente a 120 Ohm. È un effetto combinato di resistenza e capacità che può abbassare sensibilmente la frequenza di risonanza del sistema testina-trasformatore, portandola a volte proprio nella zona alta della banda audio, con conseguenze udibili sulla linearità e, in alcuni casi, con un fastidioso innalzamento o “ringing” in gamma acuta.

Da qui derivano due indicazioni pratiche che vale la pena ricordare a chi installa un SUT: usare cavi di interconnessione quanto più corti e a bassa capacità possibile tra il SUT e il preamplificatore, e preferire – a parità di altre condizioni – i trasformatori con il guadagno più basso sufficiente a coprire le proprie esigenze, perché un guadagno elevato amplifica anche l’effetto della capacità parassita, oltre a portare più facilmente l’impedenza d’uscita del trasformatore stesso a valori comparabili con il carico a valle, con ulteriori conseguenze sulla risposta in frequenza.

Un equivoco comune: “adattamento” non significa “uguaglianza” di impedenza

Per capire questo punto, che abbiamo già accennato nel paragrafo “Perché questo conta così tanto per una testina MC” bisogna prima distinguere con chiarezza due numeri che il costruttore della testina fornisce sempre separatamente, e che vengono spesso confusi tra loro proprio perché si esprimono entrambi in Ohm.

Il primo è l’impedenza interna della testina: è una caratteristica fisica della bobina stessa, determinata dal filo con cui è avvolta, e per una MC tipica vale pochi Ohm, diciamo tra 2 e 40 Ohm.

Il secondo è il carico consigliato: cioè il valore di resistenza che il costruttore indica come ideale da presentare in ingresso al circuito a valle (oggi quasi sempre tramite il SUT): non è una proprietà della testina, ma una scelta progettuale pensata per ottenere la risposta in frequenza più lineare possibile, ed è quasi sempre un valore più alto dell’impedenza interna.

Si legge spesso, online e non solo, che il carico corretto da presentare alla testina dovrebbe essere uguale alla sua impedenza interna, secondo il classico principio dell’adattamento di impedenza usato in elettrotecnica per ottenere il massimo trasferimento di potenza da un generatore a un carico.

Questo principio, corretto in linea generale, porta decisamente fuori strada se applicato alle testine MC, ed è proprio la fonte dell’equivoco: una testina con 5 Ohm di impedenza interna non vuole affatto un carico di 5 Ohm. Vuole, tipicamente, un carico di 30–50 Ohm: un multiplo, non un pareggio.

La ragione è che una testina a bobina mobile va pensata come un generatore di tensione, non come una fonte di potenza da spremere al massimo: l’obiettivo non è trasferire al circuito a valle la massima energia possibile, ma preservare la massima tensione e la massima linearità del segnale generato dal movimento della bobina nel campo magnetico.

Se il carico fosse davvero uguale all’impedenza interna, come vorrebbe il principio del massimo trasferimento di potenza, la testina verrebbe smorzata troppo: si perderebbe esattamente la dinamica e l’estensione in alta frequenza che si vorrebbe preservare. Per questo la regola seguita da chi progetta trasformatori e da chi costruisce testine non è “carico uguale a impedenza interna”, ma un carico pari a un multiplo di quell’impedenza, generalmente tra 3 e 10 volte: è questo secondo valore, il carico consigliato, quello che bisogna far coincidere con l’impedenza riflessa dal SUT – non l’impedenza interna della testina.

È ancora uno strumento valido, nell’epoca dei pre-pre a stato solido?

Nonostante l’avvento dei moderni stadi di guadagno attivi – pre-preamplificatori a stato solido o valvolari, spesso più flessibili e meno sensibili al cablaggio – il SUT rimane, per una parte consistente e tutt’altro che marginale di appassionati, una soluzione difficile da soppiantare.

Le ragioni sono soprattutto tre.

  • Assenza di alimentazione: essendo un dispositivo del tutto passivo, non introduce rumore di commutazione, ripple residuo dall’alimentazione o ronzii legati alla rete elettrica, problemi che invece affliggono, in misura diversa, anche i migliori stadi attivi.
  • Naturalezza del suono: molti audiofili, e non pochi ingegneri old style, concordano sul fatto che un buon trasformatore preservi una “timbrica organica” e una ricostruzione scenica che la maggior parte dei circuiti attivi fatica a replicare, pur in assenza di un consenso tecnico univoco sul perché questo accada.
  • Accoppiamento galvanico: l’isolamento elettrico tra primario e secondario, intrinseco al funzionamento per induzione, riduce spesso in modo significativo i problemi di anello di massa (ground loop) tra giradischi e preamplificatore.

I limiti: esistono e non vanno ignorati

Sarebbe disonesto, però, presentare il SUT come una soluzione priva di compromessi. Il limite più reale, come abbiamo visto, risiede nella sua sensibilità ai cavi di interconnessione, la cui capacità parassita può alterare in modo non trascurabile la risposta alle alte frequenze proprio a causa dell’effetto di moltiplicazione descritto sopra.

A questo si aggiunge il costo, spesso elevato, dei trasformatori costruiti a regola d’arte: nuclei a permeabilità controllata, avvolgimenti realizzati a mano strato per strato, schermature multiple hanno un prezzo, e marchi storici come Ortofon, Hashimoto, Lundahl o Jensen lo testimoniano con cataloghi che vanno dalle poche centinaia alle molte migliaia di euro.

C’è poi un limite meno tecnico e più “culturale”, se si vuole: la scelta del SUT giusto per una determinata testina non è quasi mai un’operazione che si chiude a tavolino con un calcolo. I dati di targa – impedenza interna, carico consigliato, tensione di uscita – offrono un punto di partenza solido e indispensabile, ma l’accoppiamento finale tra una testina e un trasformatore resta, nell’esperienza di chi lo pratica da anni, in parte imprevedibile: due trasformatori con specifiche molto simili possono comportarsi in modo diverso con la stessa testina, e l’unico modo per saperlo con certezza è, alla fine, l’ascolto comparato.

Proprio per questo motivo, chi si avvicina per la prima volta al mondo dei trasformatori step-up dovrebbe considerare i calcoli di impedenza e capacità come una guida per restringere il campo – escludere cioè le combinazioni manifestamente sbagliate – e non come un oracolo capace di indicare a priori la combinazione perfetta.

Tra teoria e pratica, in questo angolo particolare dell’Hi-Fi analogico, resta sempre uno spazio che solo l’orecchio può colmare.

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