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Entreq, l’alchimista dell’energia

Entreq è un’azienda svedese che si concentra su tutto ciò che ruota intorno all’energia, al rumore elettrico e ai campi elettromagnetici che inquinano i sistemi di riproduzione.

Entreq è un’azienda svedese che ha scelto una nicchia ben precisa dell’hi-fi: non progetta amplificatori o sorgenti, ma si concentra su tutto ciò che ruota intorno all’energia, al rumore elettrico e ai campi elettromagnetici che inquinano i sistemi di riproduzione.

Già il nome racconta molto: Entreq sta per Energy Transforming Equipment, cioè apparecchi pensati per trasformare l’energia indesiderata in qualcosa di inoffensivo, invece di provare semplicemente a limitarla con i soliti filtri messi in serie al segnale o alla rete. In altre parole, lavora su quel livello “invisibile” che, se ben gestito, permette a un impianto di esprimere davvero il proprio potenziale sonoro.

Entreq, dalla messa a terra a…

ENTREQ SFOCATURA MEDIALa storia parte in Svezia alla fine degli anni Novanta con piccoli accessori anti-vibrazione, poi nel 2007 arriva la prima vera “ground box” dedicata, e da lì il marchio viene associato in modo quasi automatico al concetto di scatola di messa a terra esterna, nel senso che si affianca alla terra di casa, un parallelo “nascosto” quindi non collegato alla 220V ma che offre al sistema un punto di scarico più pulito e a bassa impedenza per correnti vaganti, RF e sporcizie varie che altrimenti circolerebbero nei telai delle elettroniche.

Al centro di tutto c’è Per-Olof Friberg, fondatore e progettista, figura molto diversa dallo stereotipo dell’ingegnere che progetta audio. La sua formazione è legata alla terra, al lavoro in ambito agricolo, ed il modo in cui pensa i suoi prodotti è più “pragmatico” che accademico: ascoltiamo con le orecchie e l’esperienza prima delle misure. Insiste spesso sul fatto che in audio “non abbiamo ancora capito davvero come funziona tutto”; per questo preferisce la strada dei piccoli passi, delle prove d’ascolto ripetute, dei prototipi che evolvono nel tempo e non dà nulla per scontato.

Questa impostazione si vede anche nei materiali utilizzati come il legno, i riempimenti granulari proprietari, l’uso mirato dei metalli e pochissima plastica.

La logica costruttiva

Che si tratti di una ground box, di un cavo di massa o di un trasformatore di campo elettromagnetico, la logica costruttiva è sempre la stessa: il metallo viene usato solo dove serve a condurre, mentre tutto ciò che circonda il conduttore (corpo del connettore, supporti, parti strutturali) è affidato il più possibile a legno e materiali naturali, con un uso molto contenuto di plastica e schermature tradizionali.

L’idea è limitare le masse metalliche e i dielettrici “attivi” attorno al segnale e creare un ambiente meccanico ed elettrico il più tranquillo possibile. In questo senso la visione dell’azienda è più una miscela di buon senso, esperienza e sperimentazione sul campo, che nel tempo ha prodotto una famiglia abbastanza coerente di soluzioni.

Un catalogo diviso in 3

Nel catalogo attuale ritroviamo questa filosofia declinata in tre aree principali: nella prima troviamo il loro cavallo di battaglia ovvero le Grounding Box, la seconda comprende una gamma di cavi dedicati (massa, segnale, alimentazione) ed organizzati in famiglie coerenti ovvero Konstantin, Apollo, Olympus così che il cavo Eartha di massa e il relativo cavo di segnale o di alimentazione di quella serie specifica nascano con la stessa impostazione di materiali e geometria; poi la terza area include i trasformatori di campo elettromagnetico e i piccoli accessori per i ground post, pensati per rifinire ulteriormente il lavoro fatto da scatole e cavi.

Chi si avvicina a questo marchio di solito è pervaso da molti dubbi su cosa realmente possa fare una scatola di legno piena di materiale terroso, quarzi e metalli preziosi! Ed è così che se si passa il primo scoglio ci si rende conto di quanto sia grosso il mare.

Cosa si dice in giro?

Molte voci, poco contrastanti che ci parlano di rumore di fondo che scende, di dettagli che emergono con più facilità, di una lettura del messaggio musicale più rilassata e intellegibile.

Al di là del fatto che si condivida o meno il linguaggio usato dall’azienda, è difficile negare che il marchio abbia contribuito a far entrare nel vocabolario comune l’idea di una messa a terra “audiofila”, separata e parallela rispetto all’impianto elettrico di casa.

Sostanzialmente Entreq è una realtà costruttiva molto focalizzata, che ha scelto di lavorare quasi ossessivamente su ciò che di solito diamo per scontato: la terra, la massa ed il campo elettromagnetico.

Ma come suona tutto questo?

olympus tAbbracciando questa filosofia, saranno gli ascolti a dirci in che direzione orientare la prua, senza dimenticare che per capire davvero i prodotti bisogna prima capire che tipo di azienda c’è dietro.

In questi giorni abbiamo ricevuto una serie di componenti molto variegati che ci permette di trattare il segnale, che sia esso in continua o alternata, che sia esso musica o corrente dalla presa a muro fino ai morsetti dei diffusori.

Ma prima facciamo un passo indietro, la nostra piacevole conoscenza è avvenuta circa un anno fa a causa della mia richiesta di un paio di scatole di massa per una prova su switches audiofili e non solo, qui la recensione.

Una prima spedizione “leggera” ma certamente significativa, ovvero due Olympus 10 T Tungsten: sono le ground box compatte di vertice, pensate per elettroniche leggere o medio piccole come DAC, server, streamer, pre e switches. All’interno c’è una miscela proprietaria a base di tungsteno, quarzi e metalli preziosi tarata per lavorare su un certo tipo di disturbi e su apparecchi con massa contenuta.

La filosofia è quella della famiglia Olympus, ma in modo più spinto, questa è l’ultima versione aggiornata e migliorata. In aggiunta i relativi cavi di terra, indispensabili per migliori prestazioni, sono gli Eartha Apollo Infinity, uno dei due cavi di riferimento Entreq per la massa, insieme ai top di gamma Olympus. Apollo Infinity è una soluzione leggermente meno estrema rispetto a Olympus, anche fisicamente più sottile, ma sempre pensata per sistemi di alto livello: geometria proprietaria, conduttori in argento, trattamento tipo “Infinity” applicato alla struttura del cavo.  In origine è stato il mio ponte di ingresso nel mondo dei cavi di massa Entreq “seri”, prima ancora che arrivassero gli Olympus.

Con la seconda spedizione entriamo decisamente sul “pesante”, un pallet pieno di cose provenienti dalla terra dei vichinghi.

Un pallet pieno di…

Non ci resta che iniziare dal pezzo più grosso, una grounding box dalle dimensioni importanti e da un peso che non lascia speranze ai più gracili audiofili, qui non basta il coraggio, servono i muscoli ben alleanti per posizionare al meglio l’Entreq Pluto: un piccolo elefante di legno nobilitato, che ospita al suo interno tre moduli Olympus Infinity T indipendenti.

Ogni coppia di morsetti verticali posteriori di Pluto è in pratica l’equivalente di una Olympus Infinity T dedicata: tre sezioni distinte, tre punti di connessione separati, tre “isole” di massa da assegnare a sorgenti, pre, grossi finali o sezioni critiche della rete. Pluto diventa così il cuore di massa dell’intero sistema Entreq, il punto verso cui convergono i cavi Eartha Olympus, con la flessibilità di dedicare ogni modulo a un componente o a un gruppo omogeneo di apparecchi.

Eartha Olympus: i cavi di massa top con terminazioni S/H e RCA. Insieme a Pluto sono arrivati tre cavi di massa Eartha Olympus da 2,2 metri, il top di gamma Entreq per questo ruolo, ovvero due Eartha Olympus con terminazione S/H cioè con esse che sta per spade ed acca sta per Hook, un uncino con cui saldamente ci colleghiamo ad uno dei sei morsetti in argento che sporgono dal grounding box Pluto. Le forcelle sono, non a caso, pensate in questa configurazione poiché una delle destinazioni quasi obbligatorie di Pluto è quella di mettere a grounding il negativo dei finali di potenza.

Poi un ulteriore cavo Eartha Olympus con terminazione RCA per mettere a massa un altro componente come, ad esempio, il preamplificatore o la sorgente digitale. Infatti in questo caso il cavo termina con una classica spina RCA, utilizzata non per portare segnale ma per “rubare” il riferimento di massa da un ingresso o uscita dell’apparecchio e condurlo verso Pluto. È spesso uno dei punti più sensibili dell’elettronica, dove segnale, massa e chassis si incontrano.

Gli Eartha Olympus, in termini di costruzione, sono la parte “nobile” del collegamento: conduttori in argento, sezione generosa, geometria e trattamento proprietari. Tutto quello che succede tra l’apparecchio e la ground box passa da qui.

Un Magneus Power, ovvero un trasformatore di campo per cavi di alimentazione e/o cavi di potenza (in questo caso ne servono due). Entreq lo definisce un Electromagnetic Field Transformer per la zona “a forte corrente”: lavora sul campo elettromagnetico generato dai cavi di alimentazione e dai cavi di potenza verso i diffusori, senza essere collegato in serie al segnale o alla rete (questo è molto importante). Non è una ciabatta, non è un filtro classico ma è un oggetto che si posiziona accanto ai cavi, in punti strategici, e interagisce con il campo che li circonda.

Un Magneus Supreme, già dal nome si capisce che si colloca in cima ad ogni altro sistema sviluppato da Entrq.

La filosofia è la stessa, parliamo sempre di trasformatore di campo semi-passivo, ma la realizzazione è più complessa con più materiale, più elementi interni, una sorta di “camera di campo” che avvolge il cavo stringendolo in una morsa estremamente decisa. Come per l’altro anche questa soluzione lavora sui cavi di alimentazione, meglio dove la corrente è tanta ed il conseguente campo elettromagnetico è molto forte e turbolento.

Questo elemento va posizionato con estrema cura proprio nel punto più complesso dell’impianto, a tal proposito mi piacerebbe pensare all’uso di più di un Magneus Supreme per capire la sinergia additiva che ne scaturirebbe.

Una scatoletta nera in tela che racchiude un kit di accessori denominato MaxMix T2 Kit. Questi oggetti vanno posizionati sui morsetti dei diffusori.

Al suo interno abbiamo 4 unità, due di rame e due di argento. Nello specifico: 2 Max T (quelli in argento) ovvero piccoli “pilastrini” di legno che diventano una sorta di punto di massa/controllo del campo a ridosso dei terminali. 2 Mix T2 (quelli in rame), elementi complementari, con una miscela proprietaria di metalli (rame, argento, altre leghe) e legno, pensati per lavorare sulle micro-vibrazioni e sul comportamento del campo magnetico proprio in prossimità del punto in cui il segnale lascia l’ampli e arriva ai diffusori.

All’interno troviamo un foglio di istruzioni scrupolosamente ripiegato in più parti che stabilisce senza equivoci il corretto uso di questi accessori. Si evince chiaramente dalla figura che i due Max T devono essere posizionati sul morsetto negativo delle casse ed i due Mix T2 su quello positivo.

Infine tre Peak 4, la generazione precedente dei terminatori di massa. Sono i terminatori/ground post di generazione precedente rispetto all’attuale famiglia Max (Max S e Max T). Il loro ruolo sarebbe quello di rifinire il comportamento del sistema di massa cioè si collegano ai ground post liberi o a specifici punti della rete Entreq e chiudono una sezione con un “carico” studiato, invece di lasciarla banalmente aperta. Nel mio caso li userò per stringere i cavi Eartha Olympus ai morsetti in argento massiccio del Pluto.

Nei prossimi capitoli inizierò a spacchettare l’esperienza d’ascolto per blocchi separati, sempre nel mio sistema reale, con gli stessi brani, le stesse elettroniche e la stessa rete con cui ascolto ogni giorno.

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