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* Test * Recensione Lucas Domansky Music Server (LDMS) MiniMAX

Dalla Polonia, la scena hi-fi la più eccitante d'Europa, arriva il Lucas Domansky Music Server (LDMS) MiniMAX: carpenteria metallurgica di alta precisione, schermature RFI degne di un laboratorio di fisica e un software cucito su misura. Lo abbiamo messo alla prova.

Recensione Lucas Domansky Music Server (LDMS) MiniMAX
Lucas Domansky Music Server (LDMS) MiniMAX. Click sulla foto per ingrandire.

Eccoci ancora una volta con un oggetto poco conosciuto qui in Italia, ma che ha preso totalmente la nostra attenzione. Oggi presentiamo LDMS, il Music Server sartoriale firmato dall’ingegnere polacco Lucas Domansky.

È un bel po’ famoso là fuori, i suoi sistemi di gestione delle infrastrutture di musica liquida sono già ben appresi nei forum anglosassoni e nelle salette demo di Monaco e dintorni, cosa che non possiamo dire per il nostro piccolo mondo antico, ed è per questo che abbiamo impiegato molto tempo per avere padronanza di una delle sue produzioni di punta: un MiniMAX, ovvero un Super Server per la gestione della musica liquida.

Domansky presentò il suo Music Server per la prima volta al pubblico britannico nella sala G Point Audio del North West Audio Show 2017, dove il sistema vinse il premio “Best Room” di HiFi Pig, facendo capire che quel prototipo da officina meritava di diventare un prodotto su ordinazione.

La Polonia è sicuramente la nuova fucina delle invenzioni audiofile, una nuova Svizzera degli anni d’oro dove stanno nascendo realtà sorprendenti. Le riviste audio più blasonate definiscono la scena hi-fi polacca con un aggettivo anglosassone che traduciamo con abbagliante, elettrizzante o meglio sorprendente, sottolineando come molti marchi di Varsavia competano ormai ad armi pari con i big internazionali.

LDMS incarna quello spirito, mescolando carpenteria metallurgica di alta precisione, schermature RFI degne di un laboratorio di fisica e un software cucito su misura che avvicina incredibilmente le distanze tra streaming e prestazione dal vivo.

Quando il nostro esemplare ha finalmente attraversato la frontiera, abbiamo capito che era arrivato il momento di scoperchiare il vaso e scoprire se la storia è all’altezza di tutto il clamore che si porta dietro!

Chi è Lucas Domansky?

Conosciamo meglio l’uomo che c’è dietro al marchio, quel Lucas Domansky ingegnere informatico e grande appassionato di musica che oggi divide il suo tempo fra Regno Unito e Polonia.

Già a dieci anni affiancava il padre nella costruzione di diffusori e circuiti hi-fi autocostruiti, preparando sul campo orecchio, saldatore e curiosità.

Nei primi anni dei PC domestici, smontava hardware e limava il software alla ricerca di un suono digitale più naturale, gettando le basi di un metodo di lavoro che unisce orecchio e codice binario ovvero misure e ascolti comparati. Per oltre due decenni ha poi ottimizzato server industriali in UK e Polonia, esperienza che oggi trasferisce intatta nei suoi music server domestici.

Dall’idea al laboratorio

Nel 2015 un gruppo di audiofili provò un suo prototipo artigianale e volle comprarlo all’istante: l’hobby si trasformò così in un progetto imprenditoriale.

L’anno dopo un LDMS alimentava la sala di G Point Audio al North West Audio Show di Cranage Hall, sala che si aggiudicò il premio “Best Room” di HiFi Pig.

Sull’onda di quell’entusiasmo nacque Lucas Audio Lab nel 2017, con la missione di costruire server musicali davvero su misura, ognuno diverso, perfettamente cucito sulle esigenze del singolo cliente.

Dal 2020 Domansky ha lasciato il lavoro d’ufficio per dedicarsi esclusivamente al laboratorio, ampliato e oggi supportato da un piccolo team altamente specializzato in Polonia.

La vitalità del progetto si è vista anche all’ultima edizione 2025 del North West Audio Show, dove un LDMS MiniMAX era il cuore del sistema di riferimento di G Point Audio.

Vendita diretta, prezzo e personalizzazione

Lucas Audio Lab vende esclusivamente dal proprio sito: nessun distributore, nessun mark-up di filiera. Il pulsante “Place order online” apre un configuratore che permette di scegliere finiture, storage, clocking e alimentazioni, con un listino che resta sensibilmente più basso di brand equivalenti grazie all’assenza di intermediari.

Il cliente dialoga direttamente con Lucas Domansky via e-mail, WhatsApp o telefono (i due numeri UK sono pubblici sul sito) per definire i dettagli estetici e sonici; la garanzia è di sette anni e include assistenza remota illimitata.

Collaudo e consegna “white-glove”

Ogni server viene assemblato a mano, lasciato rodare per 48 h e poi ottimizzato in desktop remoto dallo stesso Lucas, che installa Roon, JRiver o il player scelto e salva un backup dei settaggi. Le patch software successive sono gratuite e possono arrivare anche di notte: diverse testimonianze parlano di interventi completati “in meno di cinque minuti”, ma l’elemento fondamentale è che qualcuno è sempre pronto per risponderti e aiutarti a quasi tutte le ore del giorno e della notte.

Gamma LDMS: Mini, MiniMAX, Maximus e Pico

Lucas Domansky Music Server
Lucas Domansky Music Server. Click sulla foto per ingrandire.

Nel catalogo LDMS esistono in realtà quattro modelli, ma tutto ruota intorno a due piattaforme di base: lo chassis “Mini” da 276 mm di larghezza e il “Maximus” da 430 mm.

Il Mini, che può evolvere nella versione meglio schermata “MiniMAX”, monta un processore più moderato nei consumi, alimentato in origine da un piccolo PSU esterno; già così gestisce senza sforzo sia il ruolo di core che di endpoint di ROON, e la sua potenza diventa insufficiente solo se si pretende l’upsampling DSD a bitrate estremi. Dal 2022 si può abbinare la Hybrid Power Supply in un secondo telaio coordinato: la coppia diventa un sistema “two-box”, mentre chi desidera tutto in un unico contenitore può far inserire la stessa PSU dentro al telaio del Maximus, sebbene Lucas consigli comunque di tenerla separata per abbattere ulteriormente i disturbi.

Il Maximus, è il più grande della nidiata, sfrutta lo spazio extra per un processore di classe server, più dissipazione passiva, un reclocker USB interno e la possibilità di installare fino a quattro SSD, oltre a piastre di rame dedicate a schermatura e messa a terra; il PSU lineare, volendo programmabile, è integrato nel telaio e non richiede dunque cablaggi esterni. Non cambia però la filosofia di base: motherboard industriale fanless, Windows Server alleggerito, uscita USB galvanicamente isolata e un modulo SPDIF coassiale opzionale che può essere recloccato in versione “Level 1” o “Level 2” con oscillatori OCXO, mentre l’AES/EBU resta disponibile solo come build speciale.

Fra i due estremi c’è il MiniMAX: di fatto un Mini trapiantato nella scocca larga del Maximus oppure, in alternativa, in un elegante assetto “slim” da 280 mm con PSU dedicata; guadagna cablaggi interni David Laboga, masse supplementari e opzioni di upgrade firmware gratuite, pur rinunciando alla CPU più muscolosa del fratello maggiore. Al di sotto, invece, troviamo il Pico, un puro endpoint largo appena 245 mm, pensato per chi vuole distribuire il segnale in altre stanze o isolare il core principale: niente Roon Core a bordo, storage massimo di 4 TB e la stessa estetica scolpita degli altri modelli.

Tutti i server offrono da 1 a 16 TB di SSD interni, ma Lucas può fornire un NAS audio-ottimizzato fino a 60 TB affinché la libreria resti isolata dal playback. L’estetica, infine, è un capitolo a parte: ogni frontale può essere anodizzato, rivestito in pelle o realizzato in legni esotici come Zebrawood, Cocobolo o Ebano africano, con LED e incisioni a scelta; non esistono due LDMS identici e l’ordine può trasformarsi in un vero “design studio” fatto di decine di messaggi WhatsApp per concordare ogni dettaglio cromatico e sonoro. In sintesi, la differenza fra Mini, MiniMAX, Maximus e Pico non sta soltanto nella taglia del cabinet, ma nel livello di potenza, alimentazione, schermatura e potenziale di upgrade che ciascuno di loro mette sul piatto, consentendo a ogni appassionato di scegliere il compromesso ideale fra prestazioni, ingombri e budget.

Ad ogni modo le personalizzazioni sono quasi infinite, ad esempio per il nostro server abbiamo optato per un MiniMAX in due telai con la Hybrid Power Supply separata, gli chassis sono realizzati con metalli non ferrosi lavorati CNC ed una livrea total black senza nessun segno particolare oltre al logo superiore illuminato ed ai led di colore arancione scuro. Inclusi tutti gli optional come anche la scheda AES/EBU ed i clock OCXO di livello due, in ultimo la piastra in rame rinforzato che permette una migliore dissipazione e un maggiore controllo delle vibrazioni come anche un perfetto schermo dalle interferenze elettromagnetiche EMI/RFI.

Perché scegliere un Music Server dedicato?

Ma perché scegliere un Music Server dedicato o uno Streamer evoluto anziché affidarsi a soluzioni più semplici, come un lettore CD con un piccolo Raspberry per la gestione della rete?

La domanda è legittima, e merita una risposta approfondita perché mette in discussione una convinzione diffusa, basata sulla semplificazione che vede i dati digitali come una semplice sequenza binaria di 0 e 1.

Se è vero che limitarsi al CD può essere piacevole per l’ascolto focalizzato e attento, è altrettanto vero che questo ci limita nella scoperta dell’enorme varietà musicale oggi offerta dai servizi streaming ad alta risoluzione, come Tidal o Qobuz.

Personalmente sono coinvolto nel mondo del computer audio da oltre vent’anni, sperimentando soluzioni di ogni genere: dai PC super-potenti assemblati con componenti gaming, che producevano però un suono duro, pungente e stancante (errore ancora oggi diffuso, quando si scambia un suono forte e aggressivo per dinamico e dettagliato), fino a macchine molto semplificate e ottimizzate con software dedicati o sistemi operativi leggeri, passando anche per configurazioni dual-PC, Windows Server in Core Mode senza uscita video e altre soluzioni via via sempre più sofisticate per ridurre il rumore digitale e migliorare la resa sonora. Sempre parlando per esperienza personale, l’intuizione più sorprendente arrivò casualmente: un giorno, non avendo un cavo di rete sufficientemente lungo, dovetti interporre tra il mio PC audio e il secondo PC che faceva da buffer uno switch economico Netgear. Inaspettatamente, il suono migliorò nettamente: era evidente che c’era qualcosa in più dei semplici bit, qualcosa che influenzava la qualità della riproduzione digitale, legata alla gestione del flusso dei dati e del loro clock, oltre al rumore elettrico generato dai dispositivi di rete. Uno switch, infatti, è di fatto un mini-computer che riceve, processa e smista dati digitali. Anche se svolge operazioni limitate, introduce cambiamenti tangibili nella qualità sonora, proprio perché riduce il rumore digitale nel percorso dei dati, ed altre cose più sottili.

Da allora ho maturato la convinzione che il Music Server ideale per l’audio sia quello meno potente possibile, per minimizzare il rumore generato dall’elaborazione interna; altri utenti però hanno esigenze differenti, come ad esempio applicare un forte upsampling ai file audio. Questa pratica, che utilizza algoritmi per aggiungere dati artificiali e interpolati ai segnali originali, può ridurre l’aliasing, migliorare la fluidità percepita, ma rischia anche di uniformare eccessivamente il risultato finale, facendo suonare tutto un po’ simile. Personalmente evito questo approccio, preferendo soluzioni più naturali.

Tutto questo per dire che non esiste una sola strada, e che non basta avere conoscenze informatiche generiche per assemblare un PC audio davvero efficace: ottenere risultati di livello audiophile richiede macchine progettate da specialisti del settore, costruite con criteri rigorosi e dotate di ottimizzazioni accurate sia hardware che software, che difficilmente possono essere replicate in ambito amatoriale. Un sistema audio digitale eccellente dipende infatti da tutta la catena che precede il DAC, includendo router, switch, media converter, cavi di rete e alimentazioni. In questo contesto, DAC e Music Server assumono la stessa importanza e devono essere intesi come un unico sistema inscindibile.

È diffusa l’idea che la musica liquida riprodotta dai servizi di streaming suoni sempre inferiore rispetto ai file conservati sui nostri preziosi hard disk o NAS domestici; ebbene, questa affermazione va sfatata, o perlomeno fortemente ridimensionata ed in qualche caso sovvertita.

Grazie a un Music Server di alto livello, ottimizzato sotto ogni aspetto, la musica in streaming può raggiungere, in molti casi, una qualità sonora del tutto comparabile a quella dei file riprodotti localmente, pur con alcune inevitabili variabili legate alla qualità della connessione, alla stabilità della rete e all’implementazione specifica dell’applicazione utilizzata.

Per questo, oggi più che mai, investire in un Music Server adeguato non rappresenta solo un lusso, ma una necessità imprescindibile per ottenere il massimo dai propri sistemi digitali. Chi pensa ancora che basti poco per raggiungere alte prestazioni sonore si sbaglia, perché la qualità finale della riproduzione digitale non è data solo dal DAC, ma è il risultato di un complesso equilibrio che richiede attenzione e competenza nella scelta e configurazione di ogni singolo componente.

Prima di parlare del suono, bisogna insistere facendo una ulteriore premessa per fa capire la vera importanza di questo tipo di apparecchiature informatiche.

È ingenuo pensare che “un file audio sia solo un insieme di bit (0 e 1)” poiché si trascura la differenza cruciale tra integrità dei dati digitali e qualità del segnale audio riprodotto.

In un sistema digitale ideale, i bit arrivano tutti corretti (bit-perfect), ma nel mondo reale la qualità finale dipende anche da come quei bit vengono trasportati e convertiti in suono analogico. Le interferenze elettromagnetiche (EMI/RFI) raramente causano errori palesi di bit, se così fosse, avremmo glitch evidenti o trasmissioni interrotte.

Piuttosto, il rumore elettrico (EMI) e le interferenze a radiofrequenza (RFI) non “cambiano” direttamente gli 0 e 1 di un file digitale, ma influenzano l’ambiente elettrico in cui questi bit vengono trasmessi e temporizzati.

I segnali digitali non viaggiano come numeri astratti: sono impulsi elettrici reali, che devono rispettare una sequenza temporale precisa (clock). Se l’ambiente elettrico è disturbato, ad esempio da alimentatori switching, chip rumorosi o spurie RF questi impulsi possono subire deformazioni nei fronti di salita/discesa o piccole variazioni nel tempo di arrivo.

Questo fenomeno si chiama jitter, ovvero instabilità nella temporizzazione dei campioni audio. Anche se il dato è corretto (il bit è “0” o “1”), arrivare leggermente in anticipo o in ritardo rispetto al tempo ideale può introdurre errori nella ricostruzione del segnale analogico, generando distorsione o perdita di dettaglio. In altre parole, il rumore altera non il contenuto dei dati, ma il modo in cui il sistema li interpreta e li trasforma in suono. Spero che questo abbia in parte sfatato il mito che purtroppo resiste e si consolida sempre di più secondo il quale i bits sono bits e se funziona internet allora come non dovrebbe funzionare il nostro piccolo mondo di riproduzione digitale casalinga?! Sfortunatamente la perdita dei bits non è il problema! La differenza tra un suono qualunque e una riproduzione che emoziona si gioca nella dimensione temporale ed elettrica: clock ultra-stabili, server ottimizzati e PSU silenziose non sono feticci, ma strumenti per preservare l’integrità temporale fino alla conversione.

Come suona il Music Server MiniMAX di Lucas Domansky? Prova d’ascolto

test music serverUn album che è entrato negli ascolti serali ricorrenti da molto tempo ormai è quello della cellista Ana Carla Maza, “Bahía”, (Qobuz 48Khz 24bit) inciso acusticamente a Barcellona in un’unica sessione pomeridiana “diretta, semplice, sincera” senza alcun overdub ovvero senza sovraincisioni, tutto catturato in presa diretta: pochi microfoni ravvicinati, il respiro vero della sala, con Ana Carla al violoncello-voce e un suono che mescola le sue origini cubane, bossa, tango, jazz legati alla musica francese popolare; l’apertura “La Habana” (5’19”) intesse linee di violoncello pulsanti su un ritmo di habanera, la voce si libra con nostalgia di casa e l’ampia dinamica lascia spazio a risonanze naturali e micro-sfregamenti delle corde, in questa interpretazione l’LDMS MiniMAX arricchisce le vibrazioni di una energia sorprendente, vibrano illudendoci che il tempo sia infinitamente dilatato, un’illusoria rappresentazione che ci riempie di gioia, siamo proprio lì davanti alla esecutrice in una performance dal vivo.

Saltiamo alla traccia 3 dell’album: “Astor Piazzolla” (3’47”) un suo classico, brano interamente strumentale, dedicato nel 2021 al centenario del grande compositore argentino. Qui il violoncello di Ana Carla, alterna con abilità arco e pizzicato per evocare il tipico fraseggio malinconico del bandoneón; il linguaggio classico del suo strumento fatto di lunghe linee melodiche, vibrato controllato e un fluido rubato si fonde con l’intensità del tango di Piazzolla, restituendo un’interpretazione molto personale, fatta di nuance autentiche mantenendone intatta l’integrità dinamica: un risultato che ci sorprende nuovamente per i livelli raggiunti.

Il MiniMAX è capace di restituire tutte le sfumature autentiche della performance originale, preservando i livelli dinamici e riuscendo a scavare in profondità nelle viscere della registrazione senza mai scadere in enfatizzazioni artificiose o in un eccessivo dettaglio fine a sé stesso. Il risultato finale è una riproduzione musicale di assoluta credibilità ed autenticità dove dimensionalità ed energia catturano più di altri fattori lo spirito che anima questo nuovo Music Server.

Tornando indietro alla seconda traccia, che tra l’altro dà il nome all’album, Ana Carla Maza mette la propria voce piena e vibrante al centro di un dialogo in solitaria con il violoncello: l’apertura è tutta di pizzicati percussivi, quasi come se fosse una chitarra che abbozza il tipico pattern di basso afro-cubano ovvero il tumbao, poi l’arco subentra con un vibrato ampio e morbido a sostenere la melodia, fondendo canto e strumento in un unico respiro; la canzone, scritta come omaggio al quartiere Bahía dell’Avana in cui è cresciuta, riaffiora così come un ricordo personale dove son cubano, bossa e chanson (questa musica poetica francese) filtrano attraverso la formazione classica di Ana Carla, restando però essenziali: solo voce e violoncello ma pieni, veri e vivi, con lo strumento che assume di volta in volta il ruolo di percussione, chitarra ritmica e sostegno melodico. Il senso della voce, così ipnotica ed incredibilmente ricca di armonici, è teletrasportata in un locus ideale, un crogiolo di intenzioni, di desideri che ora sembrano essere tutti verificati, esauditi alla radice, portati a noi così facilmente grazie alla particolare interpretazione del MiniMAX, così apparentemente senza sforzo, un livello così elevato che facciamo fatica a trovare un confronto anche pensando a sistemi audio di costo notevolmente superiore.

Torno sempre volentieri sui grandi classici personali, cercando di riscoprire nuove prospettive sonore. Adesso, grazie al MiniMAX ci ritroviamo bambini eccitati che provano il nuovo pezzo ormai imparato a memoria aspettandoci chissà quali novità e migliorie. Ed è proprio così che è andata con An Evening of New York Songs and Stories album dal vivo di Suzanne Vega, registrato fra il 12 e il 14 marzo 2019 nel salottino vellutato del Café Carlyle nell’ Upper East Side e pubblicato l’11 settembre 2020 in questa edizione per noi in streaming da Qobuz 44,1 kHz/24 bit. La voce in primo piano, la chitarra vibrata di Gerry Leonard, il contrabbasso interpretato così energico di Jeff Allen e Jamie Edwards alle tastiere, il tutto catturato con religiosa delicatezza, custodisce ogni elemento per una ricostruzione perfetta dell’evento. Non è una registrazione che insegue la perfezione chirurgica: preferisce l’intimità, la luce del locale, il legno del palco. Sul Music Server polacco tutto questo diventa una gamma media carnale, un nero di fondo che lascia sbocciare micro-dettagli e sibilanti pulite, chiare, evidenti con una scena profonda e precisa così stratificata da ridisegnare un nuovo riferimento.

Iniziamo selezionando alcune tracce tra le quali non poteva certo mancare “Luka”, pietra miliare che dal ‘87 ci racconta i modi folk ed a volte strabordanti della Vega, qui con un fraseggio più meditato, una dinamica che fa un po’ su e giù e la narrazione dell’abuso domestico che vibra fra corde che non smettono di percuotere l’aria tirandoci dentro come fosse un venditore di dolciumi al lunapark; l’analiticità del MiniMAX restituisce le consonanti di Suzanne come frustate d’aria, le code del riverbero che si aprono a ventaglio e fanno percepire la dimensione non proprio enorme del Carlyle e la parte vocale che mantiene gli accenni sibilanti senza mai strabordare restituiscono una prestazione da riferimento, mai siamo stati così intimi nel piccolo locale newyorkese.

Con “New York Is a Woman” la cantante personifica la città in tre minuti scarsi di folk-jazz, e l’ascolto rivela tutta la qualità della ripresa in near-field, e non si poteva fare altrimenti in un piccolo spazio come quello del club. Interessante dettaglio d’ingresso, il brano parte con un riverbero che parrebbe un contrabbasso suonato con il registro alto, ma nella realtà è la chitarra elettrica di Gerry Leonard fatta cantare con l’e-bow, un archetto elettronico che trasforma la vibrazione della corda in un flusso continuo di armonici, un sustain infinito, sembra un violino che canta, mentre il contrabbasso di Allen entra pochi secondi dopo più arretrato centrale ma virato leggermente a sinistra, Leonard si staglia ancora più a bordo sinistro, la voce è centrata, sembra sospesa tra le due grandi trombe dei diffusori Tobian Sound System modello 15 Signature come un’icona luminosa, mentre il basso, leggermente indietro, è una carezza elastica che vibra fino allo sterno. Il piano gran coda suonato da Jamie Edwards, collocato a destra, si rivela delicato e quasi impalpabile, dopo il minuto di riproduzione si percepiscono più chiaramente i piccoli rumori meccanici dei martelletti e la risonanza del pedale di sustain, perché in quel momento Leonard arretra il volume della sua e-bow e il contrabbasso pizzicato si assottiglia, lasciando una finestra di silenzio relativo che fa emergere i dettagli fisici del pianoforte, per poi tornare delicato sui tasti, sul registro medio-alto, a riempire lo spazio destro ma in modo così sottile da amalgamarsi e tornare a sostenere la voce senza mai reclamarne la scena. Rispetto ai riferimenti c’è più sostanza e vibrato, il MiniMAX riesce a scavare quel pezzo di bit in più, ancora più in fondo, donandoci una ricchezza armonica più piena e credibile in un tempo dilatato che sembra non finire mai.

In Walk on the Wild Side omaggio al suo amico Lou Reed parte una chitarra elettrica cristallina e così ricca di vibrato e piena di sustain che la vedi lì al millimetro nel suo spazio contornato dalla voce piena ed emozionante in un tandem accompagnato dal basso elettrico pizzicato di sostanza, riempiendo sotto per un’immagine perfetta dell’evento. La densità del vibrato che viene creata grazie all’e-bow, supera in nostri riferimenti; questo oggetto particolare ha una bobina alimentata da una pila da 9 V, avvicinato alla corda, il campo magnetico la mette in vibrazione continua senza toccarla, come un archetto che insiste sulle corde di un violino. Qui il MiniMAX riesce ancora una volta a tirare fuori informazioni aggiuntive, a spingersi ancora più in là, permettendo alla catena digitale formata dal 5 telai d1-sublime flagship di TOTALDAC una ricostruzione estremamente particolareggiata e ricca di ogni più piccola sfumatura sia essa ambientale che strutturale, una prestazione che rimarrà per molto tempo impressa nella mente del sottoscritto.

Dopo poco più di un minuto dall’inizio del brano si avverte chiaramente una vibrazione intensa e profonda del contrabbasso che sul MiniMAX, si traduce in una colonna d’aria palpabile fra i diffusori, una vibrazione strutturale, più che una semplice nota, una sorta di “strappa-woofer” terreno che fa percepire la cassa di risonanza in legno in modo netto, senti il corpo dello strumento che geme, non solo la corda. Questo gesto dura un paio di secondi, ma crea un locus preferenziale: la vibrazione ampia fa da ponte fra il fraseggio parlato di Vega e l’ingresso più deciso del pianoforte in un vero abbraccio musicale amalgamato oltre il riferimento, ed anche oltre ogni ulteriore aspettativa.

L’omaggio a Lou è nella nudità, non c’è il coro né il sax o la batteria, fanno tutto la chitarra elettrica e il contrabbasso potente e ben modulato amalgamati dal pianoforte riempiendo agevolmente il club con un unico, morbido, esteso movimento d’aria. Spogli: una calma notturna, l’atmosfera è ricreata in forti chiaro-scuri, il nuovo Music Server LDMS MiniMAX restituisce un silenzio di fondo da master‑studio, una coda di riverbero scolpita e minuscole scie di metallo date del fruscio del plettro che scorre sulla corda già in vibrazione, piccoli micro transienti dannatamente vivi e reali, scolpiti e minuziosamente definiti; allo spegnersi dell’ultimo accordo si avverte l’applauso caldo della sala e, se si tende l’orecchio, un paio di rumori di palco: più carezza che imitazione, prova di una risoluzione estrema portata sul un vassoio d’argento.

Ed ancora su un grande classico: una piccola “radiografia” di The Köln Concert. Ci spostiamo sull’ apparentemente semplice: c’è solo uno strumento ma è qui che si vede la qualità si un sistema di riproduzione ovvero il suo modo di interpretare, di entrare nel mood dell’evento, i dettagli ambientali, le nuance della prestazione, il tempo ed il decadimento delle note, il timbro riconoscibile, proprio lui in mezzo a nient’altro ed il modo di essere l’evento: il concerto di mezzanotte unico e irripetibile. È la prova lampante che, salito sul palco allo stremo delle forze, con il corpo dolorante, la mente provata e un pianoforte inadatto e difettoso, l’artista ha saputo realizzare una performance irripetibile, di straordinaria genialità e impronta autoriale e quasi impossibile da superare. Non ci interessa la tecnica fine a sé stessa; noi cerchiamo l’anima dell’evento, la ricostruzione dei sentimenti messi in musica ed in quel momento fondersi con la complicità di un pubblico che pazientemente ha aspettato indefinitamente, questo è quello che cerchiamo ora queste sono le nostre aspettative tutte puntate sul nuovo server di Lucas.

In “Part I” dopo il terzo minuto c’è un loop ostinato sul registro medio, tutto è un po’ sul medio qui, nell’istante successivo con un abile movimento di estro e grande esperienza esegue un cambio di ritmo spostandosi tra le note, questo cambio dà la sensazione di una estrema apertura, la sensazione di maggiore dinamica. Questo susseguirsi è ridisegnato dal Music Server polacco in modo così credibile che appare come fosse ascoltato per la prima volta, ci sorprende piacevolmente. Le prese ambientali, i sussurri del pubblico e l’atmosfera così intimamente notturna aggiungono ulteriore “sustain umano”, trasformando quello che doveva essere un handicap tecnico nella cifra emotiva e formale di The Köln Concert.  Non cercate sub-bass profondi in questa incisione irripetibile: l’intero fascino nasce dall’energia del registro medio, talmente ricco di armonici da riempire lo spettro e far credere, persino all’ascoltatore più esperto, che ci sia più “pancia” di quanta il piano, quella notte, potesse davvero produrre.

La registrazione è stata fatta grazie a due microfoni valvolari Neumann U67 puntati sulla tavola armonica e un registratore a nastro Telefunken M-5 stereo, senza equalizzazioni ma con un leggero riverbero aggiunto in post produzione per dare più aria alla sala. Fu tagliato il nastro in tre blocchi (26′, 33′, 7′), poi distribuiti su quattro lati di vinile per preservare volume e fedeltà; la parte II è divisa sui due lati B e C dei due dischi. Il risultato è un suono asciutto ma tridimensionale, con una gamma media ricchissima, la coda naturale dell’Opera di Colonia e persino i gemiti, i cigolii di pedale e gli applausi, segni di una “presa diretta” che trasforma i limiti tecnici in realismo fin troppo avvolgente, sono ora scolpiti e credibili come fosse una prima audizione. Nulla sarebbe possibile se non ci fosse una sorgente che mantenesse intatte anche le più minime informazioni digitali non perdendosi nel rumore di fondo. Un Music Server è a tutti gli effetti una sorgente digitale, una parte del puzzle che concorre primariamente alla stesura dell’evento rappresentato. Qui, oltre i precedenti riferimenti, possiamo facilmente vedere quei tratti ambientali che permettono in modo ancora più immediato la ricostruzione spaziale dell’evento. Lo strumento è suonato ad un livello di realismo ed energia da farlo quasi deragliare timbricamente. Energia, sustain, vibrazione, ricchezza armonica ed espressività disegnano nuovi limiti riproduttivi. Ancora una volta il MiniMAX ci permette di spingere fino all’ultimo bit di informazione ed anche oltre, un ecumenismo interpretativo che in modo straordinariamente semplice ci trasporta nell’evento sonoro in un modo nuovo mai assaporato prima in questa forma così autentica e primitiva.

Conclusioni

Il MiniMAX, nella nostra versione che possiamo definire “full-optional”, è una macchina sonora matura che sorprende fin dai primi istanti di ascolto. Pone al centro della prestazione una musicalità che vorrei definire di tipo naturale, semplice perché immediata e al tempo stesso energica, piena ed estremamente ricca che avvicina la musica all’ascoltatore senza inutili sofisticazioni o artifici, facendo sparire del tutto quella freddezza e quella ruvidezza spesso attribuite al suono digitale.

La scena sonora si apre davanti all’ascoltatore con notevole profondità e stratificazione, restituendo dettagli e sfumature che emergono con spontaneità e precisione. L’interpretazione è intensa, materica, quasi tangibile, rendendo l’ascolto simile alla vitalità coinvolgente di un’esibizione dal vivo. Il nuovo server di Lucas Audio Lab riesce ad estrarre quell’ultimo bit in più di risoluzione: lievi dettagli ambientali, sottili contorni armonici che, unitamente, elevano la prestazione a livelli decisamente superiori rispetto ai nostri riferimenti.

Il risultato finale è un’esperienza sonora completa ed emozionante, dove finalmente il digitale si distacca da quella definizione negativa che lo ha accompagnato finora, approdando invece ad una nuova organicità, a una complessità armonica che ci permette di utilizzare, con piena ragione e soddisfazione, un’espressione molto cara a noi amanti della buona riproduzione sonora: una rappresentazione reale, naturale e del tutto analogica.

La vendita diretta abbatte i costi, ma il vero differenziale è nel servizio su misura: nessun LDMS è identico ad un altro. L’hardware continua ad evolvere grazie agli update sempre presenti: nessuno è lasciato a piedi, tutti i clienti fanno parte di una grande e nuova famiglia, la famiglia di Lucas Audio Labs!

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