surreale

Prendiamo spunto da un’email arrivata in redazione, in cui ci si chiede il perché della nostra particolare attenzione ai network player e ai DAC, per dare un po’ di numeri sullo stato di salute dell’industria discografica. Ma soprattutto sui radicali cambiamenti in atto, di cui il mondo dell’HiFi o non s’accorge, o fa finta di non accorgersi.

Nel 2012 le vendite dei CD in Gran Bretagna, il Paese in cui in Europa si vende più musica, sono crollate del 20% facendo toccare il minimo storico di poco più di 60 milioni di CD venduti. Al contrario, le vendite di album digitali sono aumentate del 14,8% attestandosi sui 30,5 milioni. In altre parole il download rappresenta quasi la metà di tutte le vendite di album. Questo è sorprendente se si considera che solo un paio di anni fa il dato era vicino al 10%.

L’ascesa del download di musica digitale significa che il modo in cui consumiamo la musica è in continua evoluzione, in continuo ma drastico cambiamento. E a poco vale il +12% su scala planetaria delle vendite di LP: sono comunque briciole. E se guardiamo il numero degli abbonati ai servizi di streaming online come Spotify e/o consideriamo che Apple sta per lanciare un servizio analogo e/o che Amazon ci mette già a disposizione gratuitamente nella sua cloud tutta i CD che abbiamo comprato dal 2010 in formato Mp3…. Qualche sospetto sulla portata epocale dei cambiamenti in anno dovrebbe venire.

I negozi di dischi chiudono, grandi catene incluse, non c’è Record Store Day che tenga (chi è stato a Londra sa cos’è HMV: sta chiudendo, se non ha già chiuso, i battenti; e da noi Fnac sta per essere comprata da Trony, che dovrebbe salvare la parte italiana della catena francese da un clamoroso fallimento).

Quest’episodio ogni tanto lo racconto ad amici e conoscenti che con me condividono la passione per l’HiFi e per la musica: tempo fa una delle mie nipoti (anni 21, studentessa di giurisprudenza) rimane folgorata sulla strada dell’indie rock italiano dopo anni di pessima house. Io ovviamente me ne rallegro e sono pronto a farle da pigmalione. Mi chiede l’ultimo disco di una delle più note indie-band italiane, di cui avevo il promo CD in quanto arrivato alla redazione di RockShock. Glielo porto, tutto gongolante glielo dò. Lei mi guarda tra lo stupefatto e lo sbigottito: Mah! Zio! E io con questo che ci faccio? Io uso l’iPod!

Ecco, il dato che mancava è proprio questo: i (pochi) CD che si vendono li comprano gli altra-quarantenni, magari online così risparmiano qualche euro. I giovani sono completamente disinteressati al supporto fisico e la (poca) musica che comprano la acquistano in digitale. Gli hipster che magari collezionano vinili, in realtà non li ascoltano: usano il coupon che vi è inserito per scaricare gli Mp3 e ascoltano quelli, usando gli Lp solo come feticcio.

Discorsi sull’odore dei vecchi – ormai chiusi – negozi di LP, romanticamente ricordato dimenticando che in realtà era odore di umido; chiacchiere sulle copertine dei vinili, mortificate nel formato CD e scomparse o ridotte a file Pdf nella musica liquida; nostalgia dell’emozione nello scartare l’edizione limitata (?!) in digipack del CD a lungo agognato e finalmente nelle nostre mani; è tutta roba assolutamente priva di senso per chiunque sia nato dopo il 1990 e forse anche qualche anno prima.

Gli audiofili hanno per lo più da almeno dieci anni superato gli anta e in Gran Bretagna si sono convertiti alla musica liquida in HD, con network player o desktop audio, in misura di circa il 15% del totale. Per l’Italia non ho numeri precisi, ma dubito che si arrivi a tanto. In U.K., però, la stragrande maggioranza dei non-convertiti al digitale si dichiara interessata al “grande salto”, mentre qui da noi ancora si discute sul fatto che la musica liquida non sia plug & play, ma ha bisogno di una certa alfabetizzazione. Ma, scusate, perché un giradischi è forse plug & play? Non bisogna imparare a calibrarlo, regolare il peso, il bilanciamento, montare correttamente una testina e fare la giusta pulizia ai vinili? Cosa c’è di diverso? Che nel primo caso stiamo parlando di dominio digitale, e quindi per definizione impalpabile, e nel secondo invece è qualcosa di tangibile e manipolabile? O invece c’è una certa pigrizia intellettuale di fondo mascherata da snobismo culturale?

Stiamo vivendo un – meraviglioso – cambiamento epocale sul modo di fruire la musica: se ne ascolta molta più di prima, in modi e con supporti radicalmente diversi. E il bello deve ancora venire. Meglio o peggio che sia, inutile fare resistenza: la rivoluzione digitale è in atto ed è irreversibile. Avvisate voi gli audiofili e gli operatori del settore HiFi?

(Massimo Garofalo)