
* Test – Recensione Entreq Vibbeater Ultra Apollo: il piccolo peso che rifinisce l’impianto hi-fi
Prova sul campo dell'Entreq Vibbeater Ultra Apollo: come il piccolo accessorio svedese in similpelle migliora integrazione e controllo dell'impianto hi-fi.
Per capire davvero l’Entreq Vibbeater bisogna prenderlo in mano. La forma è così carina, un piccolo topo nero in similpelle, con le orecchie cucite e il cordino rosso al collo. Poi si avverte il peso, inatteso per un oggetto che a prima vista sembra molto più leggero. L’Ultra Apollo è un chilogrammo e sotto l’involucro compatto lascia percepire una densa massa granulare. Non è però un oggetto morbido o facilmente modellabile, infatti quando viene appoggiato sullo chassis mantiene quasi immutata la propria forma e si posa sull’elettronica come una massa solida e stabile.
Entreq non pubblica la ricetta completa. Parla di una miscela minerale granulare a base di rame; la documentazione commerciale cita anche piccole quantità di metalli selezionati. Muovendolo tra le mani, si ha la sensazione di una piccola sacca piena di granuli molto stretti tra di loro. Secondo il costruttore, il peso stabilizza lo chassis e il microattrito tra i granuli trasforma parte dell’energia vibratoria in calore a bassissimo livello. Alla miscela viene attribuita anche un’azione sui campi magnetici generati dalle elettroniche.
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Entreq Vibbeater Ultra Apollo: cos’è?
Nella pratica, il Vibbeater si usa come elemento di smorzamento per massa. Lo si appoggia sull’elettronica, si ascolta e poi lo si sposta finché non si trova la posizione più adatta al sistema.
Ho lasciato il topolino nel sistema per alcuni giorni, alternando più volte l’ascolto con e senza. Le differenze, nel mio impianto già molto a punto, sono rimaste nell’ordine della rifinitura, ma si sono ripresentate con coerenza. Una voce un po’ più ferma, le sibilanti della registrazione meglio integrate, una gamma bassa appena più composta e, in generale, una sensazione di maggiore controllo. Ho lavorato su tre punti della catena digitale. Il reclocker di Totaldac, l’alimentazione ibrida del music server LDMS MiniMax e il server stesso. Il posizionamento si è dimostrato parte integrante della prova, perché quasi ogni zona ha dato al Vibbeater sfumature infinitesime ma differenti.
In ascolto
Il primo brano con cui ho giocato un po’ è stato “Fade” di Sophie Zelmani, dall’album Bright Eyes. L’attacco vocale è molto ravvicinato e alcune consonanti, soprattutto all’inizio, sono registrate con una presenza piuttosto evidente. È un passaggio utile per capire subito quanto la voce resti ben integrata nel corpo del brano.
Con il Vibbeater sul reclocker di Totaldac, dopo alcuni passaggi la voce è apparsa un filo più centrata e stabile. Le sibilanti, che appartengono chiaramente alla registrazione, sono rimaste udibili ma si sono integrate un poco meglio nella pronuncia e nel resto del registro. Anche il basso ha trovato una forma più ordinata, quella lieve coda che poteva allargarsi è sembrata rientrare appena, lasciando una nota più organica e meglio legata alla voce. Nel complesso il brano è apparso un po’ più composto, con i vari elementi leggermente più definiti.
Sull’alimentazione ibrida del MiniMax, il Vibbeater ha portato il quadro verso un ascolto più raccolto. La voce sembrava un poco più vicina, lo sfondo più intimo e la musica acquistava un carattere leggermente più confidenziale. È una collocazione che valorizza il lato introspettivo di “Fade”, con un lieve controllo in più sia sulle consonanti più energiche sia sulla parte bassa.
Direttamente sul Music Server ho ottenuto il risultato più convincente. Il suono ha conservato la sua apertura, mentre la voce risultava più a fuoco e il basso meglio integrato con il resto della gamma. Qui il Vibbeater sembrava aggiungere un filo di controllo, mantenendo intatta la prospettiva della scena. È la posizione in cui il suo contributo è apparso più completo e, soprattutto, più facile da apprezzare nel lungo ascolto.
Ho proseguito gli ascolti in streaming da Qobuz (96 kHz/24 bit) con Brahms – Piano Quartets Nos. 2 & 3, la recente registrazione Deutsche Grammophon con Krystian Zimerman, Maria Nowak, Katarzyna Budnik e Yuya Okamoto. È un disco particolarmente adatto a questo genere di prova con il pianoforte ed il suo reale peso, gli archi spesso nel cuore della tessitura e l’equilibrio fra le quattro voci decisivo per la lettura.
Nell’apertura del Quartetto n. 3 in do minore, Op. 60, con il Vibbeater sul server ho percepito un lieve aumento di chiarezza nel rapporto fra pianoforte e archi. Il registro grave del pianoforte sembrava un po’ più fermo e preciso; viola e violoncello acquistavano contorni appena più definiti e le entrate dei vari strumenti risultavano leggermente più facili da seguire. Sono differenze che emergono soprattutto nel confronto diretto, ma sufficienti a rendere la pagina un poco più ordinata e la scena meglio composta.
Nel Poco adagio del Quartetto n. 2 in la maggiore, Op. 26, l’effetto si accordava particolarmente bene con il carattere raccolto della musica. Le code del pianoforte apparivano appena più pulite, le voci interne degli archi un po’ più continue e il fraseggio leggermente più compatto. Si avvertiva una maggiore coesione fra i quattro strumenti, con l’inizio e il naturale spegnersi delle note meglio raccordati tra loro.
È su questi dettagli che l’Ultra Apollo costruisce la sua personalità. La parola che mi è tornata più spesso durante la prova è stata “integrazione”. Il risultato è una riproduzione appena più ordinata e facile da seguire. La scena acquista un poco di precisione perché ogni elemento sembra trovare meglio il proprio posto, senza essere messo maggiormente in evidenza.
Il posizionamento
Il posizionamento merita qualche prova, perché la stessa tendenza si presenta con intensità diverse a seconda dell’elettronica. Il denominatore comune è stato un lieve aumento del controllo con la voce un po’ più composta, il basso leggermente più al suo posto e l’insieme appena più ordinato. Sul music server questo intervento è risultato più equilibrato e facilmente percepibile, mentre negli altri punti si è manifestato in modo più sfumato. La possibilità di spostare il Vibbeater in pochi secondi consente quindi di individuare la collocazione in cui questa piccola rifinitura si integra meglio con il sistema.
In un sistema già maturo, dove i grandi problemi sono stati risolti e si lavora sugli ultimi punti percentuali, il Vibbeater va esattamente in quella direzione. Il suo apporto nel mio impianto è stato misurato, ma leggibile e ripetibile; proprio per questo l’ho apprezzato come strumento di messa a punto fine. Il suo valore emerge nei passaggi più delicati ma caratterizzanti una riproduzione sonora appagante e meno carica di sbavature o eccentricità.
Tra le tre collocazioni, quella sul Music Server è rimasta la mia preferita. In questo punto l’Ultra Apollo ha trovato il rapporto più naturale con un sistema già molto equilibrato. L’effetto era lieve e si coglieva soprattutto nei confronti ripetuti, il basso appariva appena più composto e, nei passaggi più ricchi, il quadro sonoro acquistava una sfumatura di ordine in più. Una differenza sottile, dunque, ma sufficientemente costante da rendere questa la posizione più convincente.
Un accessorio simpatico
Il Vibbeater Ultra Apollo resta uno degli accessori più simpatici e riconoscibili del catalogo Entreq, ma il suo interesse va oltre la forma. Dentro quella piccola pancia in similpelle c’è una massa granulare che permette un lavoro fine, adattabile e sorprendentemente musicale. Nel punto giusto, il topolino svedese mette ordine con naturalezza, migliora l’integrazione e rende la presentazione un poco più stabile. Per chi ha già curato con attenzione la propria catena e cerca un’ultima, sottile rifinitura, merita certamente una prova nel proprio sistema. Attenzione: può essere usato anche sopra i diffusori, ma in questo caso, ovviamente, ne servono due unità.




