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* Test: OneOdio Studio Max 2, recensione e prova d’ascolto della cuffia da DJ (ma non solo) che promette latenza zero

OneOdio Studio Max 2 in prova: 9 ms di latenza con trasmettitore dedicato, Bluetooth 6.0 con LDAC e 120 ore di autonomia a 189 euro. Pregi, difetti e scheda tecnica.

OneOdio Studio Max 2
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Per anni, in studio come in console, il senza fili è stato una parola che si pronunciava a mezza voce. Ottimo per ascoltare musica in metropolitana, inservibile nel momento in cui devi suonare, mixare o semplicemente sincronizzare un colpo di cassa con quello che vedi sullo schermo. La colpa non è mai stata del suono in sé, ma del tempo: il ritardo con cui l’audio arriva alle orecchie.

La OneOdio Studio Max 2, arrivata sul mercato a maggio 2026 e disponibile a 190 euro, prova a chiudere quella distanza. Il numero che il costruttore mette in copertina è una latenza di nove millisecondi. È un numero serio, e vale la pena capire da dove arriva, perché la risposta contiene già metà della recensione.

OneOdio Studio Max 2: cos’è, in due righe

È una cuffia chiusa circumaurale con driver dinamici da 45 millimetri, pensata per il monitoraggio: DJ, produttori, chi monta video, chi registra strumenti in casa. Esiste in due versioni, la standard e una edizione firmata dal producer KSHMR limitata a mille pezzi, che aggiunge una taratura dedicata, un pacchetto di campioni e una scheda con la firma, e costa dieci euro in più. Sotto la scocca sono identiche.

Interessante notare che rispetto alla generazione precedente il diametro del trasduttore è sceso da 50 a 45 millimetri. Controintuitivo, se si ragiona per numeri; molto meno se si è ascoltata la Studio Max 1, che aveva un basso generoso fino all’invadenza.

Le quattro modalità e il malinteso da chiarire subito

La Studio Max 2 si collega in quattro modi: con il trasmettitore da 2,4 GHz incluso, in Bluetooth 6.0, via cavo mini jack da 3,5 millimetri e via cavo jack da 6,35 millimetri. Le due prese sono ricavate direttamente nei padiglioni, una per lato, e questo significa niente adattatori quando si passa dall’interfaccia audio al mixer alla chitarra.

Ed è qui che serve una precisazione, perché la comunicazione del marchio la lascia in ombra. I nove millisecondi si ottengono soltanto con il trasmettitore inserito nella sorgente. Si tratta di un trasmettitore radio proprietario che lavora sulla stessa banda del Bluetooth ma con un protocollo diverso, chiamato RapidWill+ 3.0, che trasmette a 400 kbps usando il codificatore Opus. Quando invece si passa al Bluetooth vero e proprio, il ritardo torna quello di qualunque cuffia senza fili, con una modalità dedicata ai videogiochi che l’applicazione dichiara a 60 millisecondi.

Cos’è la latenza e quando serve che sia veramente bassa

Cose la latenza e quando serve che sia veramente bassa visual selection
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La latenza è il tempo che passa tra il momento in cui la sorgente genera il segnale e il momento in cui il suono raggiunge il timpano. Nel percorso senza fili quel tempo se ne va a farsi friggere in tre punti: la compressione del segnale, la trasmissione radio con i suoi pacchetti e le ritrasmissioni in caso di errore, la decodifica e la memoria tampone dentro la cuffia. Quest’ultima è la voce più pesante, e non è un difetto: serve a coprire i buchi quando il segnale si disturba.

Il codificatore SBC, quello universale, viaggia tra 150 e 250 millisecondi. AAC, che è quello che usa l’iPhone, sta su valori simili o peggiori a seconda dell’implementazione. LDAC, pensato per la qualità e non per la velocità, non fa eccezione. Il primo tentativo serio di abbassare l’asticella è stato aptX Low Latency di Qualcomm, che il produttore stesso dichiara intorno ai 40 millisecondi. LC3, il codificatore del nuovo Bluetooth LE Audio, si colloca secondo le caratterizzazioni del Bluetooth SIG tra i 20 e i 40 millisecondi ed è la strada su cui si sta muovendo tutto il settore. Sotto quella soglia, oggi, il Bluetooth non arriva: bisogna uscire dallo standard e usare un trasmettitore radio proprietario a 2,4 GHz, che è esattamente quello che fa OneOdio con il suo trasmettitore a 9 millisecondi di latenza.

A che cosa corrispondono, questi millisecondi? Il suono in aria percorre circa 34 centimetri per millisecondo. Nove millisecondi sono poco più di tre metri: la distanza da cui si ascolta un amplificatore in una stanza. Quaranta millisecondi sono quasi quattordici metri, e a quel punto un batterista non riesce più a suonare a tempo con quello che sente.

Da qui la mappa dei casi d’uso. Per ascoltare musica, un ritardo di 200 millisecondi è del tutto irrilevante: non c’è niente con cui sincronizzarsi. Per guardare un film o una serie il problema è il labiale, e la tolleranza percettiva è ampia ma non infinita, motivo per cui aptX Low Latency è nato con l’obiettivo dichiarato di stare sotto la soglia di visibilità dello scarto. Per i videogiochi competitivi conta la coincidenza tra il colpo visto e il colpo sentito, e qui i 60 millisecondi della modalità dedicata sono un compromesso accettabile ma non sufficiente. Per suonare, mixare, montare a tempo o registrare uno strumento sentendosi in cuffia, invece, la soglia scende drasticamente: sopra i 15 o 20 millisecondi il cervello comincia a percepire che qualcosa non torna, e sotto i 10 la questione smette di esistere. È esattamente la finestra in cui la Studio Max 2 si infila con il suo trasmettitore.

Riassumendo brutalmente: se non dovete sincronizzare niente, la bassa latenza non vi serve e state pagando per una funzione che non userete. Se dovete, non esiste alternativa al di sotto dei 250 euro con un trasmettitore incluso nella confezione.

Costruzione, dotazione, comfort

OneOdio Studio Max 2 pack
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La confezione è la parte del prodotto che dichiara più ambizione di quanta ne mostri la scocca. Dentro c’è una custodia rigida in EVA, il trasmettitore M2 con i suoi cavetti, un cavo spiralato da tre metri con terminazione da 6,35 millimetri, un cavo dritto da 1,2 metri con adattatore, il cavo di ricarica USB-C e il manuale. Per una cuffia sotto i duecento euro è una dotazione generosa, e la custodia rigida non è un vezzo: le griglie dei trasduttori sono la parte più delicata di questo tipo di cuffie quando finiscono schiacciate in una borsa.

La costruzione è in gran parte plastica, con archetto rinforzato in metallo. Non è un difetto nascosto, è il prezzo che si paga: il prodotto costa quello che costa e non finge il contrario. I padiglioni ruotano di 180 gradi per l’ascolto a un orecchio solo, la cuffia si ripiega, i cuscinetti in schiuma a memoria di forma sono stati ammorbiditi rispetto alla generazione precedente e la differenza si sente. Restano due cose da mettere in conto: il calore che si accumula dopo un paio d’ore, tipico di ogni cuffia chiusa con rivestimento in similpelle, e l’imbottitura dell’archetto, sottile, che dopo la terza ora comincia a farsi notare sulla sommità del capo.

Il peso senza cavo è di 330 grammi, abbastanza tipico per delle cuffie da monitoraggio classiche, non delle piume, ma neanche niente di strano.

Prova d’ascolto

Prima considerazione: qui non c’è cancellazione attiva del rumore. L’isolamento è tutto passivo, affidato al padiglione chiuso e ai cuscinetti, e funziona nel modo in cui funzionano le cuffie da console, cioè bene sulle medie e sulle alte, molto meno sui bassi, specie quelli più profondi.

La scena stereo è larga per una cuffia chiusa e la separazione tra gli strumenti è la qualità che salta all’orecchio per prima: si segue una linea di basso mentre si tiene d’occhio un riverbero senza fatica, e le eventuali imperfezioni tecniche di una registrazione vengono messe in vetrina. Per il montaggio e per il controllo tecnico di un materiale grezzo è un pregio evidente. I medi stanno al loro posto, né troppo avanti né troppo indietro.

In modalità cablata diretta col mio DAC/ampli per cuffie gli acuti sono ben presenti ma mai taglienti. I bassi, pur non tracimando sulle medie frequenze, sono piuttosto generosi, anche troppo per i gusti di molti, ma tutto sommato conferiscono quel calore alla cuffia che in un ascolto in mobilità (o per guardare/ascoltare un film a tarda notte senza disturbare i vicini) fa più che piacere.

L’applicazione, che qui non è un accessorio

OneOdio Studio Max 2 appMa attenzione: questa taratura spostata verso il basso la si ottiene solo con l’ascolto cablato e collegando direttamente gli auricolari alla sorgente. Collegando la cuffia al suo trasmettitore entra in gioco l’app. L’applicazione mette a disposizione tre profili, Musica, Bassi e Monitoraggio, più un equalizzatore personalizzabile; per le mie orecchie, nessuno dei preset è risultato soddisfacente e sono partito dal profilo Monitoraggio per poi andare a giocare con l’equalizzatore, e da lì…

La OneOdio Studio Max 2 non è una cuffia che si tira fuori dalla scatola e si ascolta com’è: è una cuffia che va impostata. Chi non ha voglia di passare dieci minuti dentro un’applicazione la giudicherà male, e non avrebbe del tutto torto.

Su molte cuffie l’applicazione del costruttore è un orpello che si installa una volta e si dimentica. Qui no: senza, avete comprato metà prodotto. È disponibile per Android e per iPhone, e la prima cosa che fa appena riconosce la cuffia è proporre l’aggiornamento del firmware, un file di circa un megabyte che si installa in un paio di minuti senza complicazioni.

Il cuore è la sezione del suono. Ci sono tre profili preimpostati, Musica che è quello di fabbrica, Bassi che aggiunge qualche decibel in basso senza spappolare l’attacco della cassa, e Monitoraggio che dovrebbe appiattire la risposta. Sotto c’è un equalizzatore a dieci bande completamente personalizzabile, ed è lì che finirà per lavorare l’audiofilo di lungo corso.

In una manciata di minuti sono riuscito a configurare l’equalizzatore in modo da far suonare questa cuffia in maniera davvero soddisfacente per un ascolto Hi-Fi e senza nessuna stanchezza anche dopo un paio d’ore d’ascolto.

Perché una cuffia da DJ interessa anche a un audiofilo

OneOdio Studio Max 2 dj headphoneC’è un pregiudizio da smontare, e la storia dell’ascolto lo smonta da sola. La Sennheiser HD 25 nasce come cuffia da ripresa e da monitoraggio, viene adottata dai DJ e finisce per essere amata da decine di migliaia di ascoltatori che in vita loro non hanno mai toccato un mixer. La Sony MDR-7506  fa lo stesso percorso partendo dagli studi televisivi. Il motivo è che le cuffie progettate per lavorare sono progettate per il caso peggiore, e il caso peggiore contiene quasi sempre quello che serve anche a chi ascolta e basta.

Il primo motivo è l’isolamento. Una cuffia da console deve funzionare accanto a una cassa che spara 100 dB, quindi è chiusa e sigilla bene. Per un appassionato questo significa poter ascoltare a volume più basso, perché non c’è rumore ambientale da coprire, e ascoltare a volume più basso significa sentire più dettaglio e affaticarsi meno. È una delle poche scorciatoie oneste che esistano nell’ascolto in cuffia.

Il secondo è la tenuta dinamica. Progettare per i 118 dB dichiarati di pressione massima significa progettare con margine, e un trasduttore che lavora largo sui picchi distorce meno alle intensità normali. È la stessa logica per cui un amplificatore da cento watt suona meglio a due watt di un amplificatore da cinque.

Il terzo è banalmente meccanico. Cavi staccabili e sostituibili, cuscinetti che si cambiano, archetto che sopravvive a essere gettato in una borsa (seppure qui c’è una custodia rigida in dotazione). Nel mondo dell’alta fedeltà si ragiona spesso in termini di raffinatezza e quasi mai di durata; una cuffia da lavoro impone di ragionare al contrario, e dopo cinque anni la differenza si vede.

Il quarto riguarda proprio questo prodotto: 34 ohm di impedenza e una sensibilità che richiede pochissima corrente. Vuol dire che si pilota bene da un telefono, da un lettore portatile, da un’uscita cuffie qualsiasi, senza dover mettere in mezzo un amplificatore dedicato. Non è un valore assoluto, ma è comodità reale.

Detto tutto questo, va anche detto il rovescio. La cuffia da console è tarata per far emergere la cassa e il transiente in un ambiente rumoroso, quindi tende a una curva a V, con estremi enfatizzati. E il padiglione chiuso, per quanto ben fatto, non regala la scena di una cuffia aperta. Nessuno dovrebbe sostituire con una Studio Max 2 la propria cuffia di riferimento da salotto. Il punto è un altro: una cuffia da lavoro affianca bene una cuffia da ascolto, perché mostra cose diverse dello stesso disco. Ed è un affiancamento che a questa cifra ha molto senso.

Verdetto

La Studio Max 2 è un prodotto onesto travestito da prodotto miracoloso. Sotto il travestimento c’è la sola cuffia senza fili con trasmettitore dedicato che oggi si trova sotto i duecento euro, quando le alternative con la stessa funzione partono da 260 euro e arrivano tranquillamente a sfiorare i 350. Fa quello che dice sul fronte del tempo, e lo fa bene.

Se lavorate fermi a una scrivania e il vostro obiettivo è la precisione di un mix, con la stessa cifra comprate una cuffia da monitoraggio cablata migliore e non ci pensate più. Se invece vi muovete mentre fate musica, se passate cinquanta volte al giorno dallo strumento al computer, se mixate in piedi, allora quel cavo che sparisce cambia davvero la giornata, e questa è una delle poche strade percorribili senza svenarsi.

Per l’appassionato di alta fedeltà, infine, è un acquisto di seconda cuffia intelligente: analitica, robusta, facile da pilotare, con un’autonomia che rende la ricarica un problema di qualcun altro. A patto di aprire l’applicazione e mettere le mani sull’equalizzatore, cosa che andrebbe fatta prima ancora di formulare un giudizio.

Scheda tecnica

Caratteristica Dato dichiarato
Tipologia Cuffia chiusa circumaurale, padiglioni ruotabili di 180 gradi
Trasduttori Dinamici da 45 mm, magnete al neodimio
Risposta in frequenza 20 Hz – 40 kHz
Impedenza 34 ohm
Sensibilità 98 dB (118 dB indicati come pressione sonora massima)
Certificazioni Hi-Res Audio e Hi-Res Wireless
Modalità di collegamento Trasmettitore 2,4 GHz, Bluetooth 6.0, jack 3,5 mm, jack 6,35 mm
Latenza con trasmettitore 9 ms dichiarati (RapidWill+ 3.0, 400 kbps, codificatore Opus)
Latenza in Bluetooth Standard, con modalità gioco dichiarata a 60 ms tramite applicazione
Codificatori Bluetooth SBC, AAC, LDAC fino a 990 kbps
Portata del trasmettitore 10 metri
Batteria Litio-polimeri, 1.000 mAh
Autonomia 120 ore in Bluetooth, 50-60 ore in bassa latenza
Ricarica 2,5 ore, ricarica rapida di 5 minuti per circa 9 ore di ascolto
Porta di servizio USB-C, sola ricarica
Microfoni Due con riduzione del rumore, non attivi in modalità a bassa latenza
Cancellazione attiva del rumore Assente
Peso 330 grammi senza cavo
Dotazione Custodia rigida in EVA, trasmettitore M2, cavo spiralato 3 m, cavo dritto 1,2 m, adattatore 6,35 mm, cavo USB-C, manuale
Prezzo 189,99 euro (edizione firmata KSHMR 199,99 euro, mille pezzi)

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